#315 - 1 ottobre 2022
AAAAA ATTENZIONE - Amici lettori, questo numero resterà  in rete fino alla mezzanotte di venerdi 2 dicembre quando lascerà  il posto al numero 319. BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi alcune massime: "Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito" (Jacques Attali) "I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perchè (Mark Twain) "L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo" (Nelson Mandela) "Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare" (Socrate) La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perchè i servizi sanitari siano accessibili a tutti (Papa Francesco) Il grado di civiltà  di una nazione non si misura solo sulla forza militare od economica, bensì nella capacità  di assistere, accogliere, curare i più deboli, i sofferenti, i malati. Per questo il modo in cui i medici e il personale sanitario curano i bisognosi misura la grandezza della civiltà  di una nazione e di un popolo (Alberto degli Entusiasti) Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo dei loro colori" (Fabrizio Caramagna)
letteratura

L'opera nella lingua dell'Urbe

Dante

La Commedia - Canto XIII

di Angelo Zito

Inferno XIII

Nesso nun stava ancora a l’artra riva
che noi ce incamminassimo in un bosco
dove nun c’era traccia d’un percorso.
Le foje, perso er verde, ereno nere;
li rami pieni de nodi, inturcinati;
li frutti tutte spine avvelenate.
Nun c’è boscaja spinosa così fitta
ne li prati de Cecina e Corneto
dove l’animali nun àmeno d’annacce.
Qui fanno er nido quele Arpie fetenti,
che da l’isole cacciorno li Troiani,
doppo la profezzia de le disgrazzie.
Co’ l’ali ampie, facce da cristiani,
artij a li piedi e piume su la panza,
piagneno come se piagne ar funerale.
E la mia guida: “Prima d’annà ortre”,
prese a dí, “questo è er seconno girone”
e qui resterai fino a l’ingresso
d’una distesa oribbile de sabbia.
Occhio si vedi cose che te ponno
fà dubbità de quello che te dico”
Sentivo dappertutto lamentasse,
ma nun c’era nissuno che piagneva;
nun sapenno che fà me stetti fermo.

Er poeta credette ch’io credevo,
me sa, che da li sterpi de nascosto
quarcuno cacciava fora ‘sti lamenti.
Er maestro me disse: “Si tu spezzi
quarche ramo da una de ‘ste piante,
quello che pensi t’accorgi ch’è sbajato”
Allungai la mano verso un cespujo,
presi un rametto da ‘na pianta spinosa
e il tronco prese a dí: “Che male ho fatto?”
Un sangue scuro je colava addosso
e continuò, “Perché me spezzi er ramo,
nun ciai er minimo senso de pietà?
Ommini semo stati e mó arbusti:
saresti certo stato più pietoso
si eravamo spirti de serpenti”.
Come si bruci un ciocco quanno è verde
e da ‘na parte senti come un fischio,
perché dall’artra è risucchiata l’aria,
così da ‘sto ramo uscireno fora
parole e sangue; lo buttai per tera
e restai fermo pieno de paura.
“Oh spirito offeso”, disse er duca mio,
“si avesse potuto prestà fede
a quanto avevo scritto ne li versi,
co’n dito nun t’avrebbe mai sfiorato;
ma er fatto è tarmente fori norma,
che a malincore je feci fà la prova.
Ricconteje chi sei e, pe’ rimedio
der male che t’ha fatto, er nome tuo
rinnoverà ner monno là de sopra”.
“A sentí ‘ste parole”, fece er tronco,
“me vié voja de parlà, ma perdonate
si m’enturcino co’ li raggionamenti.
Io ciò avuto le chiavi de li segreti
de Federigo seconno e l’ho girate
p’aprí e richiude co’ mmisura tanto
che tenni lontani l’intriganti;
svòrsi ‘st’impegno co’ ffiducia e onore
e ciò perso così la vita e ‘r sonno.

L’invidia, che serpeggia ne le Reggie,
seduttrice e rovina de le genti,
che te lusinga come ‘na puttana,
attizzò contro de me li cortiggiani
che in cenere ridussero l’onori,
che m’ero meritati cor Regnante.
Lo sdegno fu ‘na fiamma dentro ar petto,
pensanno de smorzalla co’ la morte,
bruciai quell’omo onesto ch’ero stato.
Giuro su le radici de ‘sto tronco
che fui sempre fedele a Federigo,
signore che meritava ogni onore.
E si è vero che questo torna sopra,
risollevi da tera er nome mio
schiacciato da li córpi de l’invidia”.
E s’azzittò, “Nun perde l’occasione”,
disse er poeta, “ questo è er momento
de chiede si te và de sapé artro”.
Ma io je feci: “Domanna pure tu
quello che pensi possa interessamme,
la pena me tié a freno le parole”.
Parlò Virgijo: “Si quest’omo lassù
ricorderà er tuo nome, come hai chiesto,
prova a spiegaje, si te fa piacere,
come s’enfila l’anima ner tronco,
e dicce pure si da questi rami,
pô esse, è mai uscito quarche spirto”.
Dar tronco venne fora ‘na soffiata
e dar soffio sentimmo questa voce:
“Eccheve la risposta che cercate:
quanno la mala anima abbandona
er corpo c’ha tenuto in gran disprezzo,
ar settimo cerchio la fà annà Minosse.
Cade dentro a la fossa non a caso,
ma lí dove ha deciso la Fortuna,
e inizia a germojà come er frumento.
Cresce come ‘na pianta dentro ar bosco,
e l’Arpie che se magneno le foje
je fanno taj che cacceno dolore.

Ar Giudizzio ce ridaranno er corpo
che nu’ l’indosseremo come prima:
quanto hai distrutto nu’ lo danno indietro.
Ma lo trascineremo come un cencio
e poi appeso a quell’arbero ner bosco,
dove l’anima sua piagne in eterno”.
Convinti che volesse parlà ancora
stavamo fermi, presso de quer tronco,
quanno un rumore ce lasciò sorpresi,
come quello che a caccia der cignale
lo sente arivà quasi vicino e
sente li cani tra er fojame smosso.
Viddi arivà du’ anime a sinistra
che coreveno gnude e sanguinanti,
rompenno quanto capitava a tiro.
Er primo gridava: “Aiutame morte,”
L’artro, che s’accorgeva d’annà piano:
“Lano, a le giostre del Toppo, troppo
piano te se smoveveno le cianche!”
Poi per fiato, che cominciò a mancaje,
s’emboscò corenno in un cespujo.
Je coreveno appresso ne la sérva
certi cagnacci neri co’ la bava,
bestie senza catene, indemoniate.
Azzannareno quello tra le frasche,
squartate le carni pezzo a pezzo,
trascinareno ‘ste prede sanguinanti.
Er duca mio me prese pe’ la mano,
me portò ar cespujo che ‘n se dava pace,
piagnenno pe’ li sfreggi sopportati:
“Iacopo da Sant’Andrea te sei anniscosto
dietro de me”, diceva, “t’è servito?
Che córpa posso avé de quanto hai fatto?”
La guida mia je s’accostò dicenno:
“Chi sei stato, che mó da le ferite
tiri fora parole assieme ar sangue?”
Ce rispose così: “Anime pie,
un crudele supprizzio, avete visto,
m’ha strappato le fronne a una a una,

componetele mó presso ar cespujo.
Io fui de Fiorenza che scerse Battista
pe’ cambià er patrono ch’era Marte,
e questo, è ‘r mestiere suo, porterà guere;
e si nun fosse che resta a ricordallo
quer frammento murato sopra er ponte,
avrebbero sprecato er tempo loro
quanti hanno lavorato a rifondalla,
doppo che l’Unni l’aveveno distrutta.
Io m’appesi a la forca dentro casa”.

Dante

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