#313 - 3 settembre 2022
AAAAA ATTENZIONE - Amici lettori, questo numero resterà  in rete fino alla mezzanotte di venerdi 03 febbraio, quando lascerà  il posto al numero 323. BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi alcune massime: "Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito" (Jacques Attali) "I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perchè (Mark Twain) "L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo" (Nelson Mandela) "Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare" (Socrate) La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perchè i servizi sanitari siano accessibili a tutti (Papa Francesco) Il grado di civiltà  di una nazione non si misura solo sulla forza militare od economica, bensì nella capacità  di assistere, accogliere, curare i più deboli, i sofferenti, i malati. Per questo il modo in cui i medici e il personale sanitario curano i bisognosi misura la grandezza della civiltà  di una nazione e di un popolo (Alberto degli Entusiasti) Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo dei loro colori" (Fabrizio Caramagna)
letteratura

L'opera nella lingua dell'Urbe

Dante

La Commedia - Canto XI

di Angelo Zito

Su la parte più arta d’un costone,
dove er pietrame s’ammucchiava a cerchio,
trovammo ‘n’antra catasta de dannati.

Pe’ qquel’orendo puzzo esaggerato,
che sprigiona dar basso quela fossa,
ce riparammo dietro d’una tomba

e sur coperchio viddi questa scritta:
-Questo è er seporcro der papa Anastasio
che a l’eresie l’avvicinò Fotino
-

“Fermamose qui prima d’annà avanti,
abbituamo er naso a ‘sta gran puzza
e dopo nun ciavremo più probbremi”.

Così er maestro e io: “Trovamo er modo
de nun sprecà er tempo inutirmente”
“Quello è un pensiero mio”, fu la risposta,

“dentr’a tutte ‘ste pietre, fijo mio,
man mano che scegni trovi tre cerchi
più piccoli de quelli c’hai lassato.

Sò tutti carchi de spirti maledetti;
te basti solamente avelli visti,
cerca de intenne perché stanno assiepati.

Er peccato che merita più odio
è l’offesa ar Signore, e chi lo compie
violenta e inganna quelli che cià attorno.

La frode, male che più addolora Iddio,
condanna li frodatori là più in basso,
a scontà la pena co’ maggior dolore.

Ner primo cerchio stanno li violenti,
diviso in tre gironi come er male,
che se pô procurà a tre persone:

er male a Dio, ar prossimo e a se stessi,
inferto contro l’omini e li beni,
come te chiarirà la spiegazzione.

Ner primo girone sconteno la pena
chi uccide er prossimo o ferisce,
chi provoca rovine a le sostanze,

distruzioni cor foco o estorsioni;
chi ha ammazzato, chi ha distrutto,
chi ha fatto razzie e chi ha ferito.

Li violenti co’ se stessi e co’ li beni,
vanno ar seconno giro: chi se dà morte,
chi bara ner gioco, chi butta ar vento

le ricchezze ch’aveva accumulate,
chi se dispera invece d’esse felice;
se penteno senza avé vantaggi.

Chi poi fà violenza contro Iddio,
negannone er nome e bestemmianno,
in dispreggio de la bontà divina,

è chiuso ner girone più interno,
assieme a li sodomiti e l’usurai
e a quanti disprezzeno er Signore.

La frode, che rosica le coscienze,
aggredisce tanto chi se fida,
quanto quello che nun se l’aspetta,

violentannoje er vincolo d’amore,
voluto da la legge de natura;
trovi ammucchiati ne l’ottavo cerchio

ipocriti, ingannatori, l’indovini,
farsari, simoniaci e ladroni,
ruffiani, briganti e artra gentaja.

La frode contro chi se fida, inortre,
scioje ne l’obblio l’amore naturale,
ma offenne puro er senso de fiducia;

perciò l’anima precipita più in basso
ner punto laggiù dov’è seduto Dite:
la pena è eterna pe’ li traditori”.

Ripresi fiato: “Capisco un po’ mejo
quanto dichi e chi sò tutti ‘sti dannati,
che affolleno er bàratro fetente.

Ma quelli che sò là, dentro ner fango,
sbattuti dar vento e da la pioggia,
e che s’insurteno co’ tanta cattiveria,

dovrebbero stà ne la città cor foco,
si, come dichi, Iddio li sprezza tanto;
invece perché stanno qua sotto?”

E lui: “Perché la mente tua tarvorta
slontana la strada che conosce?
oppure in dove artro sta miranno?

Nun te ricordi quanto t’ha insegnato
quell’Etica che hai tanto studiato,
su li peccati che er cielo condanna:

belluinità, eccessi e malizzia?
E che l’eccesso offenne meno Iddio,
che je riserva meno punizzione?

Si rifletti su quell’insegnamento
e ripensi a quali spirti hai visto
scontà la pena lassù fori da Dite,

capirai er motivo che li tiè divisi
da questi qua, e che la punizione
che l’affligge è morto meno rabbiosa”.

“O sole che dai luce ne l’oscuro,
tu m’hai torto le nebbie de la mente,
carca de dubbi più che d’ignoranza,

sciojeme ancora ‘st’artro nodo”, je fò,
“riparlame der vizzio de l’usura,
che offenne lassù er sommo Bene”.

“Li filosofi”, fà, “spiegheno bene,
a chi vôle capí, quant’hanno scritto:
la mente e le opere der Signore

indicheno er cammino a la Natura;
e si guardi le leggi de la Fisica
ce pôi trovà scritto a chiare note

che er vostro operare segue la Natura,
come l’alunno segue l’insegnante;
se pô dí che è nipote der Signore.

Puro ne la Genesi sta scritto che,
da l’opere e la volontà divina,
deve principià la vita umana;

l’usuraio, che ha scerto ‘n’antra strada,
nun tiè conto de le leggi de natura
e tiene appesa a un filo la sua sorte.

Ciò voja de annà avanti, viemme dietro;
verso oriente già spunteno li Pesci,
l’Orsa s’è sdraiata sopra er Coro

e da la costa principia la discesa.

Dante

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