#311 - 16 luglio 2022
AAAAA ATTENZIONE - Amici lettori, questo numero resterà  in rete fino alla mezzanotte di venerdi 2 dicembre quando lascerà  il posto al numero 319. BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi alcune massime: "Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito" (Jacques Attali) "I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perchè (Mark Twain) "L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo" (Nelson Mandela) "Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare" (Socrate) La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perchè i servizi sanitari siano accessibili a tutti (Papa Francesco) Il grado di civiltà  di una nazione non si misura solo sulla forza militare od economica, bensì nella capacità  di assistere, accogliere, curare i più deboli, i sofferenti, i malati. Per questo il modo in cui i medici e il personale sanitario curano i bisognosi misura la grandezza della civiltà  di una nazione e di un popolo (Alberto degli Entusiasti) Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo dei loro colori" (Fabrizio Caramagna)
letteratura

L'opera nella lingua dell'Urbe

Dante

La Commedia - Canto IX

di Angelo Zito

Sur vórto me comparve la paura
a véde er maestro che tornava addietro,
mentre cercava de ripijà colore.

Rimase in ascorto pe’ ccomprenne,
dato che per buio e quer nebbione
nun riusciva a vedé più in là der naso.

“Ce tocca a noi de vince la battaja “,
prese a dí, “sempre che...quella che...:
quanto ce manca l’arivo de ‘n’aiuto!”

Capii ar volo che s’era trattenuto
de continuà er discorso principiato,
dicenno a vôto parole pe’ ddí artro;

così me dette ancora più paura:
tra quer dí e nun dí, me venne in mente
che quanto nun diceva era peggiore.

“Quarch’anima è venuta in questa valle
dar Limbo dove sconta la pena
de nun poté sperà ne la sarvezza ?”

Feci questa domanna e lui: “Sò pochi
quelli che fanno ‘sta medesma strada
su la quale semo incamminati.

Però sò stato qui già ‘n’antra vorta,
costretto allora da Eritón la maga,
che riportava l’anima a li corpi;

da poco ero passato a nova vita,
quella, crudele, voleva tirà fori
‘no spirto dar cerchio ‘ndo’ sta Giuda.

Nun c’è posto più buio là ner fonno,
e più lontano dar cielo che comanna:
conosco la strada; nun avé paura.

In questa città, oppressa dar fetore
de la palude che je gira attorno,
c’entreremo sortanto co’ la lotta”.

Disse artre cose ma nun le ricordo;
buttai l’occhio verso l’arta tore
a quela cima che pareva foco,

de botto viddi là, piene de sangue,
tre furie infernali che a l’aspetto
ciaveveno le movenze de le donne,

ricoperte de idre tutt’attorno,
pe’ capelli serpenti aggrovijati,
scenneveno fino su le tempie.

Capí Virgijo ch’ereno l’ancelle
de Proserpína che in quer posto regna,
“Guarda” me fà “quelle sò l’Erinni:

Megera che s’aggita a sinistra,
l’artra che piagne a destra è Aletto,
Tesífone sta ar centro” e restò zitto.

Co’ l’ugne se straziaveno ner petto,
gridanno se pijaveno a pugni;
io m’appoggiai ar poeta pe’ ttimore.

“Corri Medusa, che mó l’asfartamo”
gridavano guardando in giú “che sbajo
a nun puní l’assarto de Teseo”.

“Guarda de dietro e tiette l’occhi chiusi”
disse er maestro mentre me girava,
“che si ariva Gorgona, e tu la vedi,

perdi la strada pe’ ttornà sú in tera,
anche si me coprivo co’ le mani
puro le sue me c’è volle mette.

O voi ch’avete er pensiero che raggiona,
voi potete scoprí l’insegnamento
niscosto tra le pieghe de li versi.

Se sentiva salì da l’acque nere,
più che un sono, un rumore spaventoso,
che scôteva tutt’e ddua le sponne,

pareva un vento gonfiato ortre misura
da le nuvole che s’urteno tra loro,
aggredisce li boschi, e senza freni

spezza li rami e li trascina via;
soffia pieno de boria, porveroso,
mette in fuga le bestie e li cristiani.

Er vate me libberò l’occhi e disse:
“Fissa lo sguardo mó su quela schiuma,
indove er fumo là pare più denso”.

Come le rane prenneno er fugone,
si ne l’acqua la biscia s’avvicina,
e cercheno riparo su la tera,

viddi a ‘sto modo più de mille spirti
scappà davanti a uno che a piedi,
senza bagnasse, traversava Stigge.

Co’ la mano sinistra, mossa a tempo,
tojeva er fumo grasso da la faccia:
già ‘sto lavoro pareva ‘na fatica.

M’accorsi ch’era un messo der Signore,
guardai er maestro che me fece er gesto
de restà carmo e de inchinamme a quello.

Co’ lo sdegno stampato su la faccia,
s’avvicinò a la porta e co’ na verga
l’aprí e nissuno fece resistenza.

“Disperati ch’avete perso er cielo”,
je fece a brutto muso da la porta,
“da dove nasce tutta ‘st’aroganza?

perché ve ribbellate a quer disegno,
imposto abbeterno lassù in arto,
e che già artre vorte v’ha punito?

Nun serve a gnente contrastà er distino,
tenete a mente Cerbero tretteste,
che cià ancora er muso spelacchiato”.

E senza dicce manco ‘na parola,
come chi cià artri pensieri pe’ la testa,
e nun bada a quello che cià attorno,

prese pe’ qquer sentiero in mezzo ar fango;
e noi c’encamminammo verso Dite,
rassicurati dar discorso fatto.

A entrà nun trovammo resistenza;
ero curioso de sapé che c’era
là dentro chiuso in quele quattro mura,

buttai lo sguardo attento tutt’attorno:
da ‘gni parte ‘na landa desolata,
piena d’orori e de tormenti amari.

Come ad Arlès, dove er Rodano s’infogna,
li seporcri rattristeno l’ambiente,
o come a Pola, su l’acque der Carnaro,

che segneno li confini de l’Itaja,
così qua dentro la desolazione
l’accresceva er dolore de le tombe;

ereno accesi fochi in mezzo a l’urne,
tarmente arroventate da le fiamme
ar punto de squajà persino er fero.

Tutti li loculi ereno scoperti,
se sentiva lo strazio e li lamenti
che cacciaveno l’anime dannate.

“Maestro”, dissi io, “chi sò ‘sti spirti
che, seppelliti dentro de le bare,
manneno ‘sti sospiri dolorosi?”

“Questi hanno predicato l’eresia
e co’ loro li seguaci”, me rispose,
“e co’ tant’artri sò stipati dentro.

Ognuno è seppellito cor compagno
ne li seporcri che cacceno vampate”.
Doppo ch’ebbe girato verso destra

passammo tra le tombe e quele mura.

Dante

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