#311 - 16 luglio 2022
AAAAA ATTENZIONE - Amici lettori, questo numero resterà  in rete fino alla mezzanotte di venerdi 2 dicembre quando lascerà  il posto al numero 319. BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi alcune massime: "Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito" (Jacques Attali) "I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perchè (Mark Twain) "L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo" (Nelson Mandela) "Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare" (Socrate) La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perchè i servizi sanitari siano accessibili a tutti (Papa Francesco) Il grado di civiltà  di una nazione non si misura solo sulla forza militare od economica, bensì nella capacità  di assistere, accogliere, curare i più deboli, i sofferenti, i malati. Per questo il modo in cui i medici e il personale sanitario curano i bisognosi misura la grandezza della civiltà  di una nazione e di un popolo (Alberto degli Entusiasti) Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo dei loro colori" (Fabrizio Caramagna)
Cinema

Dalla serie di articoli dedicati a personaggi del Cinema e del teatro

I dimenticati - Una iniziativa di "Diari di Cineclub"

Wallace Reid

Diari di Cineclub n°60, IV 2018

Di

Virgilio Zanolla

Nei primi anni Venti, quando Rodolfo Valentino impose a Hollywood il mito dell’‘amante latino’ (il bel tenebroso dal fascino esotico, il fisico scattante, i lineamenti perfetti e i capelli corvini e brillantinati), il pubblico femminile d’oltreoceano che continuava a guardare anche agli uomini di casa propria, ovvero agli attori dal fisico marcatamente anglosassone, aveva in Wallace Reid una ‘risposta americana’ all’imperante magnetismo di Rudy.
Reid, che aveva esordito nel cinema ben sei anni prima di quest’ultimo, a dire il vero si era conquistato la popolarità presso le spettatrici del patrio suolo almeno tre anni prima dell’uscita de I quattro cavalieri dell’Apocalisse, il film che, nel ’21, consacrò a stella di prima grandezza Valentino.

Wallace ReidWallace Reid

William Wallace Halleck Reid, questo il suo nome completo, era nato a St. Louis, nel Missouri, il 15 aprile 1891, da James detto Hal (1862-1920) e Bertha Westbrook (1868-1939), artisti dello spettacolo: la madre attrice, il padre tuttofare, autore di testi, in un secondo tempo anche attore. Con siffatti genitori, in movimento da un luogo all’altro, egli respirò fin da bambino l’atmosfera del palcoscenico, giacché essi lo fecero esordire con piccole parti nei loro lavori.
Ma Wallace - Wally per gli amici - non trascurò gli studi: frequentò prima la Freehold Military School di Freehold Township, nel New Jersey, poi il Perkiomen Seminary di Pennsburg, in Pennsylvania, dove si laureò nel 1909. In quel periodo era attratto dallo sport, dove grazie al fisico alto e prestante eccelleva in varie discipline (amava la vita all’aria aperta, scoperta in un soggiorno nel Wyoming), e dalla musica, avendo appreso senza particolari sforzi a suonare pianoforte, violino, banjo e batteria; come Valentino, inoltre, possedeva una bella voce (più tardi il celebre soprano Geraldine Farrar, sua partner in alcuni film, garantì che come cantante avrebbe potuto svolgere un’ottima carriera); ma egli non amava di meno dipingere, mostrando un certo talento.

Il suo ingresso nella settima arte risale al 1910, quando (dopo aver provato vari mestieri, tra cui il giornalismo, collaborando con due testate di New York) seguendo il padre - che s’era messo a lavorare per il cinema scrivendo copioni, dirigendo e interpretando film - esordì in The Phoenix, uno short di dieci minuti d’ignoto regista, tratto dall’omonima commedia di Milton Nobles, che ne curò l’adattamento; il film venne girato nei Selig Polyscope Studios di Chicago, aperti fin dal 1896 in quella che allora era la capitale americana del cinema. Grazie alla sua avvenenza e alla spigliatezza nel recitare, a Wallace bastarono pochi shorts per imporsi come protagonista delle storie che venivano sfornate a getto pressoché continuo.

Wallace Reid

Fin dal 1909 la Selig Polyscope aveva aperto uno studio cinematografico a Edendale, uno storico quartiere di Los Angeles: prima casa di produzione a trasferirsi nella California del sud. Presto, come molte maestranze, Wally e il padre si trasferirono là, ed egli, attratto, più che dalla recitazione, dalla ripresa e dalla regia, si servì di una sceneggiatura scritta dal genitore (più tardi ne avrebbe scritte anche lui) per proporsi come regista a un’altra casa di produzione, la Vitagraph. Ma i dirigenti di quest’ultima, colpiti dal suo fascino fisico, l’ingaggiarono subito quale attore, accordandogli tuttavia la possibilità di curare la regia di qualche short.
Tra il ’10 ed il ’15 Wally - spesso accanto al padre - ne interpretò quasi centocinquanta, delle forse duecentocinquanta pellicole che gli sono accreditate in carriera, tra cui His Only Son (’12) di Jack Conway e Milton H. Fahrney, con l’attrice Dorothy Davenport (1895-1977), allora appena diciassettenne, con la quale si sarebbe sposato a Los Angeles il 13 ottobre del ’13. Eppoi The Picture of Dorian Gray di Phillip Smalley, Near to Earth di David Wark Griffith, accanto ad attori già affermati quali Lionel Barrymore, Mae Marsh, Donald Crisp e Mabel Normand, The Deerslayer d’ignoto regista, tratto dal romanzo Il cacciatore di cervi di James Fenimore Cooper e girato dov’è ambientata la vicenda, nel lago di Otsego, New York: tutti film usciti nel ’13, anche se l’ultimo fu realizzato nell’11; The Heart of the Hills scritto e diretto dallo stesso Wallace Reid (’14), in cui recitò di nuovo con la moglie, e, nel ’15, The Lost House ed Enoch Arden di Christy Cabanne, dove fu partner della grande attrice Lillian Gish, e Carmen di Cecil B. De Mille, accanto a Geraldine Farrar. Quell’anno Griffith lo volle nel ruolo del fabbro Jeff nel suo più noto capolavoro, il controverso (perché razzista e storicamente discutibile) Nascita di una nazione, e l’anno seguente gli ritagliò un piccolo ruolo anche nell’episodio babilonese del monumentale Intolerance.

Passato nel ’13 a lavorare per la Universal, due anni dopo Wally firmava un vantaggioso contratto per la Lasky Famous Players, poi Paramount, casa di produzione per la quale avrebbe interpretato una sessantina di film, spesso diretto da registi di vaglia come De Mille, William Desmond Taylor, James Cruze, Sam Wood e Allan Dwan, accanto ad attrici quali Ann Little (la sua partner più frequente), Kathlyn Williams, Ora Carew, Wanda Hawley, Anna Quirentia Nilsson, Grace Darmond, Lila Lee, Bebe Daniels, Lois Wilson, Agnes Ayres, Gloria Swanson, Elsie Ferguson; molte di queste pellicole, purtroppo, sono andate perdute. Dando prova di grande duttilità, egli impersonò ora un coraggioso aviatore (The Firefly of France di Donal Crisp, ’18) ora un truffatore ravveduto (The Love Burglar di Cruze, ’19), un ballerino e business-man (The Dancin’ Fool di Wood, ’20), un attivo capocantiere (The Hell Diggers di frank Urson,’21), un giovane pittore di talento (Rent Free di Howard Higgin, ’22), un pugile in lizza per il mondiale (The World’s Champion di Phil Rosen, ’22), un dandy catapultato nel duro ambiente degl’immigrati italiani (Thirty Days di Cruze, ’22), uno stravagante ex soldato suonatore di sassofono, strumento che apprese a suonare davvero bene (Clarence di De Mille, ’22).

Wallace Reid

Ma il ruolo in cui più si produsse, e che gli diede la maggior popolarità, fu quello del pilota automobilistico (The Roaring Road di Cruze, 1919; Double Speed e Excuse My Dust di Wood, ’20; Too Much Speed di Urson, ’21; Across the Continent di Rosen, ’22); Wally adorava le macchine: gli piaceva guidarle a tutto sprint ma anche trafficare coi loro motori, come il più consumato meccanico. Queste interpretazioni fecero di lui il primo ‘re di Hollywood’, in anticipo di oltre dieci anni su Clark Gable. Le donne stravedevano per il suo sex appeal (basti dire che l’allora sconosciuta Clara Bow, futura diva dei tardi anni Venti, un giorno a Brooklyn attese otto ore pur di vederlo), gli uomini impararono dal suo esempio a indossare camicie coi colletti morbidi. Lui però era modesto e legatissimo alla moglie, che gli diede il figlio Wallace Reid Jr. (1917-90); mentre della figlia adottiva Betty Mummert (1919-67), qualcuno presume fosse frutto d’una sua relazione adulterina.

Il 2 marzo del ’19, diretto nell’Oregon con la troupe per le riprese del film The Valley of the Giants di Cruze, Wallace rimase seriamente ferito in un pauroso incidente ferroviario presso la cittadina di Arcata, in California: incredibilmente, il vagone del treno su cui viaggiavano cadde da un ponte, rotolò per una quindicina di metri e si abbatté su un lato; Wally subì una profonda lacerazione al cranio, un taglio in un braccio fin quasi all’osso e altre ferite alla schiena. Nelle ben dodici ore di attesa per l’arrivo dei soccorsi, anziché preoccuparsi di se stesso, egli si spese per alleviare le sofferenze degli altri feriti. Oggi, un incidente del genere avrebbe costretto la compagnia a sospendere la lavorazione del film, ma allora non funzionava così: e per farlo resistere ai dolori lancinanti che lo pigliavano durante i ritmi spesso massacranti del lavoro, con scarsissima coscienza medica ma chiarissima logica mercantile il povero Wally venne letteralmente imbottito di morfina. Tale assurda pratica si protrasse anche in seguito (Reid interpretava allora non meno di otto film all’anno!), fino a renderlo suo malgrado dipendente dalla droga.

Wallace Reid

Ciò nondimeno, egli tentò di riprendersi e disintossicarsi, tentò stoicamente di resistere a tale assunzione: tutto fu inutile. Notizie sul suo abuso di questa sostanza cominciavano a circolare negli ipocriti ambienti benpensanti di Hollywood, già scossi da sequele di scandali; tra l’altro, l’intossicazione di cui soffriva minacciava di sciupargli il fisico. L’ultimo giorno di lavorazione di Nobody’s Money di Wallace Worsley (film che uscì solo dopo la morte dell’attore, con altro titolo e un nuovo protagonista, Jack Holt), al termine delle riprese egli urtò una sedia e si accasciò sul pavimento, piangente; venne portato in una clinica di Los Angeles, dove un dottore tentò di curarlo sottoponendolo a un regime assai discutibile, che non diede buon esito: finché dopo sei settimane, disperata, la moglie lo fece trasferire in un sanatorio privato, dove il 18 gennaio del ’23, a soli trentun anni, Wally si spense tra le sue braccia.

Dorothy, che l’adorava, reagì alla tragedia con rigore e dignità: non solo denunciò alcuni presunti amici del marito che l’avevano indotto all’uso della morfina, ma nelle interviste parlò senza reticenze del grave problema di lui, e quell’anno stesso coprodusse e interpretò (con James Kirkwood Sr. e Bessie Love) il film Human Wreckage di John Griffith Wray, storia di un drogato che combatte la propria dipendenza, dove nella sequenza finale ella si rivolse agli spettatori chiedendo loro di aiutarla nella lotta contro i narcotici; per pubblicizzare il film intraprese un tour che toccò varie città degli Stati Uniti; fondò inoltre un sanatorio per il recupero dei tossicodipendenti. Più tardi, divenne anche un’apprezzata regista; ma non si risposò mai.
Oggi, una stella sulla Walk of Fame ricorda Wallace Reid, il primo idolo di Hollywood. La sua storia, rievocata in un documentario del 1980 dove fu intervistata anche la sua antica partner Gloria Swanson, pochi anni fa ha ispirato due illuminanti biografie.

Wallace Reid

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