#310 - 29 giugno 2022
AAAAA ATTENZIONE - Amici lettori, questo numero resterà  in rete fino alla mezzanotte di venerdi 2 dicembre quando lascerà  il posto al numero 319. BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi alcune massime: "Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito" (Jacques Attali) "I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perchè (Mark Twain) "L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo" (Nelson Mandela) "Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare" (Socrate) La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perchè i servizi sanitari siano accessibili a tutti (Papa Francesco) Il grado di civiltà  di una nazione non si misura solo sulla forza militare od economica, bensì nella capacità  di assistere, accogliere, curare i più deboli, i sofferenti, i malati. Per questo il modo in cui i medici e il personale sanitario curano i bisognosi misura la grandezza della civiltà  di una nazione e di un popolo (Alberto degli Entusiasti) Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo dei loro colori" (Fabrizio Caramagna)
letteratura

L'opera nella lingua dell'Urbe

Dante

La Commedia - Canto VIII versi 1 - 130

di Angelo Zito

Prima d’arivà ai piedi de la tore,
buttai lo sguardo in arto su la cima
e du’ luci, come du’ fiammelle,
m’apparvero ner buio sluccicanti,
e assai lontano viddi ‘n’artra luce
faje un segno che appena distinguevo.
Chiesi a quer saggio che m’accompagnava:
“Che è ‘sto segnale? e l’artro che dice?
e, dimme, chi sò quelli che li fanno?”
“Dentro a quest’acque putride”, me dice,
“si ‘sti fumi nun t’annebbieno la vista
vedi che viene a remi chi aspettamo”.
L’arco nun ha scajato mai ‘na freccia
che coresse veloce più der vento,
come arivò de corsa quela barca,
che in mezzo all’acqua ce s’avvicinava,
un solo timoniere era a la guida
strillanno : “Ecchete quà, anima nera”
“Flegiàs, Flegiàs”, disse pronto er maestro,
“tu parli ar vento, questa è ‘n’antra storia:
stamo co’ tte solo pe’ passà er fango”.
Come fà quello che viene ingannato
e s’addolora quanno se n’accorge,
cosí fece Flegiàs roso da ll’ira.

Virgijo entrò allora ne la barca
e m’aiutò a salí dopo de lui;
‘na vorta entrato ce sembrò più carca.
Co’ noi imbarcati come passeggeri,
la prua tajava l’acqua giù ner fonno
più de quanto fà de solito co’ l’artri.
Stavamo a mezzo a la palude nera,
che pieno de fango uno se fa incontro:
“Chi sei pe’ vení qua prima der tempo?”
“Sò de passaggio, nun me fermo”, dissi,
“ma chi sei tu ridotto così male?”
“Nu’ lo capischi? Sto a scontà le córpe”
“E resta pure a piagne” je risponno
“anche si ciai la maschera de fango
mó te riconosco, anima dannata”
Stese le mani p’afferrà la barca:
Virgijo pronto nu’ je diede er tempo:
“vattene via laggiú co’ l’artri cani”.
Me mise poi le braccia attorno ar collo,
un bacio e disse: “ Oh anima fiera,
beata quella che t’ha partorito!
Quello fu ner monno un prepotente,
nun fece gnente da esse ricordato,
perciò adesso è carico de rabbia.
Quanti hanno vissuto comannanno,
qui soffriranno da porci in sempiterno,
disprezzati da tutti prima e doppo!”
“Maestro”, je dico, “me piacerebbe
de vedello affogato ne la fanga,
prima de lascià ‘sta gora infetta.”
E lui: “Avanti de raggiunge l’artra riva
er desiderio tuo avrà sortito
l’effetto che te potrebbe dà piacere”.
Così poco appreso viddi lo strazzio
che l’artri ner fango faceveno de lui:
questo volle la legge der Signore.
Sentivi dí: “Daje a Filippo Argenti!”
Quer fiorentino, fori dar normale,
da solo se straziava co’ li morsi.

E lo lasciammo lí, nun dico artro;
ma un suono me corpí con gran fastidio:
drizzai lo sguardo avanti co’ paura.
E Virgijo me fà: “Guasi ce semo,
quella è Dite, dove li demòni
tengheno l’abbitanti in gran dolore”.
E io: “Maestro intravedo da lontano
le tori messe a difesa nella valle,
rosse come tizzoni dentro ar foco”
“Proprio quer foco ch’è attizzato dentro”,
rispose, “je dà ‘ste vampate de colore,
che infocheno tutto er basso inferno”.
E arivammo dentro a li buroni,
stesi attorno a la città der pianto,
co’ le mura forgiate come fero.
Doppo d’avé fatto un gran ber giro
er capo voga ce strillò de dietro
“Scennete fora, questo qua è l’ingresso”.
Viddi mille e più diavoli, rabbiosi,
piovuti dar cielo, che diceveno :
“Chi è questo che, senza esse morto,
s’entroduce ner regno de li morti?”
Er mio saggio maestro fece segno
come a dije de parlà in privato.
E quelli, ammorbidita l’aroganza:
“Entra sortanto tu, vada via quello
che ha osato entrà ner nostro regno,
vedemo si è capace a tornà indietro;
tu che j’hai fatto da guida qui ner buio
resta tu solo pe’ pparlà co’ noi”.
Pensa la pena che m’assarse allora
a sentí la proposta de ‘ste bbestie:
credevo de nun poté tornà più in tera.
“Caro maestro mio che più e più vorte
m’hai confortato co’ la tua saggezza,
e m’hai scampato da ‘gni malefatta,
nun me lascià”, je fò, “che sò angosciato;
e si nun c’è permesso d’annà avanti,
rifamo a l’inverso la strada ch’amo fatta”.

Er duca mio parlò a voce ferma:
“nissuno potrà mai fermà er cammino
voluto da quarcuno lassù in arto.
Prenni coraggio, aspetta che ritorni,
e dai fiato a li sogni de speranza,
io nun te lascio qui dentro a l’inferno”.
E s’allontana, e solo m’abbandona,
e solo rimango dentro ar dubbio,
combattuto tra due partiti avversi.
Quanto je disse a quelli nun l’udii,
l’incontro durò appena er tempo
de vedelli a gara rientrà a l’interno.
Chiuso er portone in faccia ar mio maestro,
quello rimase un tempo là de fora,
poi me s’avvicinò a passo lento.
Lo sguardo a tera, parlava sospiranno,
l’aspetto de chi ha perso ‘na battaja:
“Li dannati nun vorsero ch’entrassi!”
E poi a me: “Nun perde la speranza,
anche si pare che sò tramortito
io vincerò, nun c’è muro che tenga.
Questa aroganza nun è ‘na novità;
j’annò male co’ la porta de sopra,
dove hai letto la scritta su l’ingresso,
ancora aperto senza catenacci;
da qui passerà, scennenno tra li cerchi,
quello che senza esse accompagnato
metterà fine a tutti li demòni”.

Dante

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