#309 - 18 giugno 2022
AAAAA ATTENZIONE - Amici lettori, questo numero resterà  in rete fino alla mezzanotte di venerdi 2 dicembre quando lascerà  il posto al numero 319. BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi alcune massime: "Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito" (Jacques Attali) "I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perchè (Mark Twain) "L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo" (Nelson Mandela) "Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare" (Socrate) La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perchè i servizi sanitari siano accessibili a tutti (Papa Francesco) Il grado di civiltà  di una nazione non si misura solo sulla forza militare od economica, bensì nella capacità  di assistere, accogliere, curare i più deboli, i sofferenti, i malati. Per questo il modo in cui i medici e il personale sanitario curano i bisognosi misura la grandezza della civiltà  di una nazione e di un popolo (Alberto degli Entusiasti) Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo dei loro colori" (Fabrizio Caramagna)
letteratura

dante

Canto VII. versi 1 - 130

di Angelo Zito

“Papè Satàn papè Satàn aleppe! “
Pruto a l’ingresso smozzica ‘sti versi;
e Virgijo che sa come va er monno
me tranquillizza: “Nun avé paura,
‘sta bestia, potrà pure esse potente,
nun c’empedirà d’entrà ner cerchio”.
E rivorto a quer muso rincagnato:
“Chiudi la fogna lurida bestiaccia!
brúciete in corpo tutta quela rabbia.
Er permesso per entrà dentro quest’antro
l’hanno deciso lassù ‘ndove Michele
cacciò de sotto l’angeli ribbelli”.
Come le vele, ar vento che le gonfia,
s’afflosceno si l’arbero se spezza,
così annò giù quell’animale immonno.
E noi scennemmo in quela quarta fossa,
lungo er pendio coperto de lamenti
de l’anime che sconteno la pena.
Oh giustizia de Dio! Dove lo trovi
tanto dolore assieme come questo?
Perché la córpa costa tanta pena?
Come l’onne ner mare de Cariddi
s’accavalleno una sopra l’artra,
l’istesso ballo fanno qua li spirti.

Sò tanti qui, de più de l’artri cerchi,
che urleno e spigneno cor petto
certi pietroni mentre vanno a giro;
quanno ariveno ar punto d’encontrasse
s’engiurieno e poi torneno indietro
“tu che te sprechi ?“ “e tu perché risparmi?”
Ancora ‘na vorta ar punto de partenza,
in quer cerchio ‘ndove regna er buio,
ripeteno lo stesso ritornello.
E cosí a l’infinito ‘n’antra vorta
fanno quer mezzo giro avanti e indietro.
Cor core rattristato da la scena,
“Famme sapé Maestro”, dissi allora,
“si la chierica che je vedo in testa
vôr dí ch’ereno omini de cchiesa”
E lui me fà: “Tanto furono ciechi
da nun capí allora su la tera
che er danaro va speso co’ misura.
Er tono de l’insurti parla chiaro,
‘na vorta arivati a fine giro
dove la córpa contraria li separa.
Furono chierci, Papi e cardinali
questi senza capelli su la testa,
che li copriva solo l’avarizzia”.
E io: “Maestro, in mezzo a tutti questi,
dovrei riconoscene più d’uno
che se fece sporcà da ‘sti peccati”.
E lui a me: “Riccoj solo fumo:
l’ignoranza che l’ha sporcati in vita
li fà tanto scuri che nu’ li conosci.
In eterno staranno su du’ sponne:
l’uni cor pugno fori da la tomba,
l’artri usciranno co’ la testa rasa.
Chi cià la mano corta e chi scialacqua
ha perso er Paradiso e mó fa a botte,
che a parlanne ce spreghi solo tempo.

Così vedrai che stanno in mezzo ar vento
li beni collegati a la Fortuna
che pe’ llei la gente s’accapija;
tutto l’oro che c’è oggi ner monno,
e c’era prima, nun metterebbe fine
a la triste sorte de sti condannati”.
“Maestro mio, mó c’hai parlato”, dissi,
“famme sapé che è questa Fortuna,
che strigne li beni der monno tra le grinfie”
“Si manca la conoscenza”, me rispose,
“la mente offesa resta senza sale!
Ascorta le parole che te dico:
er Signore ne la sua saggezza,
fatti li cieli, concepí le leggi;
distribuí la luce a mano a mano,
perché tutto vivesse in armonia.
Medesmo fu er principio pe’ la la tera:
trovò la legge de le cose umane
pe’ ttrasmette a misura le ricchezze
da un popolo all’artro, senza pregiudizzi,
che affogheno ner gnente le capocce.
A ‘sto modo chi comanna e chi sta sotto
lo decide la legge de Fortuna,
anniscosta come serpe in mezzo all’erba.
Nun c’è rivalità co’ la saggezza:
ma giudica e decide su la tera,
come l’angeli fanno sú ner cielo.
Cambia spesso de rotta ‘sta Fortuna,
de punto in bianco, quanno è necessario,
e quarcuno se la trova sur groppone.
Spesso la mette in croce proprio quello
che dovrebbe invece ringrazzialla,
e in più la insurta e in più la maledice;
lei, felice così, nu’ je dà ascorto:
serena come l’angeli der cielo
gira la rota come vô’ er Signore.

È l’ora d’annà a tròva artri dolori;
cadeno già le stelle lassù in arto,
nun potemo fermasse qui più ortre”.
Passammo er cerchio da ‘na riva a l’artra,
lí dove ribbolliva ‘na sorgente
che sversa l’acqua dentro de ‘n fossato,
piú nero de la pece ‘sto liquame;
seguenno la via lungo er pantano
scennemmo pe’ ‘n sentiero scombinato.
Sortita fora dall’arto de la costa,
‘st’acqua fermenta dentro ‘na palude
che cià un nome sinistro come Stigge.
Io, intento com’ero a riguardalli,
viddi gente calata dentro ar fango,
gnude, co’ la faccia incarognita.
Se straziaveno er corpo co’ le mani,
co’ la testa, cor petto, co’ li piedi,
a mozzichi sbranaveno le carni.
Virgijo mesto parlò: “Vedi là quelli,
vinti da l’ira, carichi de rabbia,
che sotto l’acqua imprecheno vennetta;
dannati a strillà dentro ar pantano,
smoveno er fonno e fanno ribbollí l’acqua,
come pôi vedé guardanno attorno.
Ficcáti ne la mérma proveno a di’:
-Tristi eravamo quanno splenneva er sole,
co’ addosso la rabbia pe’ vestito:
e mó tristi affogamo ner pantano -
‘Ste parole je strozzeno la gola
ché nu’ le ponno dí a voce chiara”.
Cosí girammo attorno a quer fossato,
tramezzo la riva e la palude immonna,
dove s’abbeveraveno cor fango.
Giungemmo arfine ai piedi d’una tore.

dante

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