#257 - 22 febbraio 2020
AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori, questo numero resterà in rete fino alla mezzanotte di venerdi 17 aprile, quando lascerà il posto al numero 261. BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi un po' di SATIRA - Nasciamo nudi, umidicci ed affamati. Poi le cose peggiorano - Chi non s ridere non è una persona seria (P. Caruso) - l'amore è la risposta ma mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande (W. Allen) - Ci sono persone che si sposano per un colpo di fulmine ed altre che rimangono single per un colpo di genio - Un giorno senza una risata è un giorno sprecato C. Chaplin) - "Il tempo aggiusta ogni cosa" Si sbrigasse non sono mica immortale! (F. Collettini) - Non muoverti, voglio dimenticarti proprio come sei (H. Youngman) - La differenza tra genialità e stupidità è che la genialità ha i suoi limiti (A. Einstein). -
Racconto

Le mura di Biblàn

di Ruggero Scarponi

Il mercante bandito Tratush regnava già da molti anni sul favoloso regno di Kor, nello sterminato deserto tra i due mari. Un giorno, quand’egli era ancor giovane s’imbatté in un anziano beduino che percorreva le antiche piste per commerciare con gli abitanti della costa, l’ambra e l’avorio.
Mio signore, gli disse l’uomo, per cento scudi d’argento sono disposto a venderti la cosa più preziosa che possiedo. Mi stai forse offrendo la tua giovane figliola? Chiese sarcastico Tratush, che aveva sbirciato una graziosa fanciulla tra le donne della carovana.
OH! Esclamò ridendo di gusto il beduino, il mio signore mi rende troppo onore! Quando mai una figlia fu venduta su queste sabbie a un prezzo superiore ai trenta sicli? Con cento scudi potresti comprare tutte le figlie della nostra tribù…Concluse l’uomo ridendo di gusto. Anche Tratush rise insieme a lui per poi chiedere, e dunque vecchia volpe cos’hai in mente di propormi?
Il beduino allora fece un gesto con la mano per invitare Tratush a seguirlo nella sua tenda.
Quando furono dentro, al riparo dagli sguardi degli altri uomini della carovana, il beduino trasse da una cassa una vecchia mappa.
E questa cos’è, chiese perplesso Tratush che non si aspettava certo di vedersi offrire, per una somma tanto ingente, un semplice pezzo di carta.
Questa è, disse il beduino, la chiave di tutto. Seguila e giungerai dove nessun uomo è mai arrivato.
E tanto, vale, andare dove nessuno è mai andato? Ribatté Tratush con ironia.
Il valore, rispose serio l’uomo, non dipende dal luogo, ma da ciò che rappresenta. Un uomo saggio come te, mio signore, può trovarvi ogni risposta.
E tu come l’avresti avuto questo tesoro e da chi?
Fu il vento del deserto a portarmelo. Cessata la tempesta di sabbia trovai la mappa all’ingresso della mia tenda.
Una magia, dunque? Chiese ancora Tratush incredulo.
Non so spiegare, mio signore, ma un vecchio mago cui mi ero rivolto per conoscere i segni di questa ventura vi lesse quanto ti ho raccontato.
Sento che mi stai gabbando vecchio furbo ma mi sei simpatico e ciò che mi proponi puzza di qualcosa che ancora non riesco a decifrare e mi mette in curiosità. Sta bene, dammi la mappa e poi, prima di sera, riceverai il compenso.
Il contratto fu concluso con una semplice stretta di mano perché, questo, per gli uomini del deserto è il modo più sacro d’impegnare la propria parola.
Tuttavia Tratush non pensò mai veramente di mettersi in cammino sulla pista segnata nella mappa per arrivare nel luogo indicato, la mitica città di Biblàn.
Tutti nel deserto conoscevano la leggenda dell’antica città. I nonni la raccontavano ai nipoti, nei bivacchi notturni al chiarore delle stelle e tutti sapevano che era una storia fantastica e che Biblàn era solo un luogo mitico uscito dalla fantasia di qualche sciamano o filosofo con la mente alterata dal vino.
Per questo Tratush ripose la mappa in uno stipetto e se ne dimenticò.

Passarono molti anni.
Poi un giorno al compimento dell’ottantesimo anno qualcosa cambiò.
L’anziano re dei predoni del deserto chiamò il figlio primogenito e gli disse, senti figlio mio, tu sei il mio erede e a te compete l’onere di guidare il nostro popolo negli anni a venire…
Ma tu padre, obiettò il giovane, perché mi parli così? Sei ancora saldo e in salute e potrai guidarci per ancora molti anni. No, figlio mio, sento che i miei giorni si stanno concludendo. Anche se sono ancora forte e in salute alcuni presagi mi hanno fatto comprendere che lo sarò ancora per poco e nel tempo che mi rimane voglio compiere un viaggio, l’ultimo della mia lunga vita.
Se questo è il tuo desiderio, padre, disse obbediente il figlio, darò subito istruzioni che venga allestita una carovana con una adeguata scorta armata in modo che nel viaggio, lungo e periglioso che sia, nulla ti venga a mancare…
No, no lo bloccò il padre. Per il viaggio che ho in mente non mi occorre nessuno.
Allora il figlio, visto che l’anziano genitore era davvero deciso nel suo proposito, si congedò, dopo averlo abbracciato, con il volto segnato da una grande tristezza.
Tratush, invece, tirò fuori dallo stipetto la mappa e cominciò a consultarla.
Era assai dettagliata e dopo attento studio si meravigliò di scoprire che l’antica città di Biblàn stando alle indicazioni della mappa, fosse lì vicino, a poche leghe di distanza.
Che strano, esclamò a voce alta, una tale città! Così vicina e non ho mai udito mercante, carovaniere o bandito che vi sia incappato. Nessuno di quanti ho conosciuto nella mia lunga vita ha mai potuto affermare di avervi soggiornato o quantomeno di aver fatto la conoscenza con qualcuno dei suoi abitanti. Solo una logora leggenda ne parla. Mah! D’altronde è ben noto che le dune di sabbia nascondono in un giorno di vento grandi città e persino regni interi. Dunque, domani tre ore prima dell’aurora mi metterò in viaggio e se la mappa dice il vero entro l’ora meridiana sarò davanti alle mura di Biblàn.
Così fece Tratush.
E come aveva previsto dopo una facile cavalcata nel deserto giunse in vista dell’antica città.
Per tutti gli Dei, esclamò, a meno che io non sia vittima di un miraggio, quella è la città di Biblàn, la mitica città della leggenda. Quasi non posso crederlo. Era così vicina al nostro accampamento che mi sembra impossibile che sia rimasta invisibile per tanti anni, o forse, per tanti secoli.
L’uomo si trovò in breve a percorrere una pista ben battuta che portava senza dubbio ad una delle porte della città.
Ma già da lontano si notava come fossero scure le sue mura e molto alte. Alte più delle mura di qualsiasi città conosciuta.
Saranno alte almeno venti piedi, valutò Tratush.
Ma poi avvicinandosi si corresse, non venti, disse ma trenta.
E dopo altro tempo si corresse di nuovo e disse non trenta ma quaranta, cinquanta, sessanta…
Quando finalmente si trovò abbastanza vicino mormorò a fior di labbra, Dei del deserto! Queste mura saranno alte non meno di cento piedi. Non capisco nemmeno come possano reggersi senza crollare.
E finalmente vi giunse sotto.
A prima vista gli era sembrato che l’imponente cinta muraria fosse composta di mattoni scuri, quasi neri, ma poi avvicinandosi scoprì che non si trattava di mattoni ma di libri. Centinaia, migliaia, milioni di libri tutti ben allineati e posizionati uno sull’altro da costituire un vallo impenetrabile.
Chi può aver fatto tutto questo? Si chiese Tratush mentre percorreva con una mano un tratto delle mura.
Sono mura di carta ma così ben pressata da sembrare inespugnabili.
Poi spronando il cavallo cercò di percorrere il perimetro della città che sembrava perdersi all’orizzonte.
Non una porta incontrò che conducesse all’interno della città.
Infine stanco arrestò il cavallo stremato anch’esso dalla lunga e inutile corsa.
Tratush non riusciva nemmeno a scorgere una torre talmente alte erano le mura da impedirgli di comprenderne persino il disegno. Piegando la testa all’indietro tentò di scorgerne la sommità ma non ci riuscì.
A tentare di scrutarle la vista si smarriva e il sole con i suoi raggi dardeggianti rendeva l’aria mobile, deformando le immagini e i colori. Oh! Esclamò dolorante Tratush, i miei poveri occhi…
Ma di nuovo tentò di spingere lo sguardo più in alto cercando un vessillo, una merlatura, qualcosa che indicasse l’apice della fortezza. Invece, mentre era intento all’osservazione fu colpito in pieno, negli occhi, da una luce infuocata.
Il sole! Il sole mi ha bruciato gli occhi, si lamentò Tratush, mentre abbandonate le briglie del cavallo rovinava a terra.
Allora si rese conto di esser diventato cieco.
Subito fu preso dallo sgomento.
Ora che cosa farò, mormorò tra sé, vecchio e cieco in un luogo che nessuno conosce e che io stesso non so nemmeno come ci sia arrivato. Di certo morirò di fame o sbranato dai cani del deserto.
È una fine ingloriosa per colui che ha regnato come un sovrano su queste lande.
Ma mentre si lamentava, Tratush, senza rendersene conto, cominciò a passare in rassegna la sua lunga vita.
Vi scorse con una lucidità tutta nuova ciò che aveva compiuto di bene e di male.
Si rasserenò per il bene fatto e si rammaricò per il male compiuto.
Allora si sedette in terra rivolto dalla parte del tramonto con le spalle alle mura.
Si raccolse in meditazione e infine vide, vide dentro di sé tutto quanto non aveva mai avuto il coraggio di vedere.
E subito fu pervaso da una grande allegria.
Restò a meditare per molto tempo e poi calmo e sereno si decise a tornare all’accampamento.
Rimuginò tra sé, senza amarezza alcuna, che il viaggio non gli aveva svelato i grandi segreti che avrebbe desiderato conoscere e la mitica città di Biblàn di certo esisteva da qualche parte anche se lui ne aveva potuto ammirare soltanto le impenetrabili mura.
Sentì presso di sé il suo cavallo e con un salto agile gli salì in groppa, dette di sprone e l’animale come fosse condotto dalla sua mano intraprese la via del ritorno.
Tornando a casa dimenticò la strada percorsa ed essendo cieco non poté memorizzare alcun punto di riferimento.
Eppure si sentiva felice e sentiva pure che quel viaggio in apparenza inutile a qualcosa era servito.
Prima del tramonto giunse all’accampamento dove fu accolto e festeggiato dalla sua famiglia e dai suoi sudditi.
Nei giorni a seguire, un poco alla volta tornò a vedere, prima ombre confuse, poi le fiamme dei bivacchi e infine i visi delle persone care.
Tratush regnò ancora qualche anno prima di morire come gli era stato predetto da alcuni presagi.
Ma fino alla morte si dimostrò saggio, ogni giorno di più, tanto che ancora oggi nel deserto di Kor a tanti decenni di distanza il suo nome è venerato come quello di un santo.

Non è coraggio senza pazienza, non è gioia senza fatica, non è forza senza dolcezza, senza umiltà non è gloria ( Nicolò Tommaseo) - Noi abbiamo una sola vita: se anche avessi fortuna, se anche raggiungessi la gloria, di certo sentirei di aver perduto la mia, se per un solo giorno smettessi di contemplare l'universo ( Marguerite Yourcenar) - Nel teatro la parola è doppiament glorificata: è scritta, come nelle pagine di Omero, ma è anche pronunciata, come avviene fra due persone al lavoro: non c'è niente di più bello (Pier Paolo Pasolini) - Con la costanza e con la perseveranza si arriva tutti ai grandi risultati attesi, che corrispondono non tanto alle vittorie in sé, quanto piuttosto alla progressiva scoperta dei nostri limiti (Gabriella Dorio) - La libertà dell'uomo è definitiva ed immediata, se così egli vuole: essa non dipende da vittorie esterne, ma interne (Paramhansa Yogananda).