Il quarto anniversario della guerra in Ucraina arriva nel gelo. Il responsabile della Comunità di Sant’Egidio nel Paese Yura Lifanse racconta come trovare la speranza anche dentro un conflitto
Ucraina
Guerra, freddo e povertà: testimonianza dall’Ucraina
Di Lorenzo Cipolla - per In Terris

A sinistra: Ucraina. Foto © Marco Cremonesi da Imagoeconomica.
A destra: il responsabile della Comunità di Sant'Egidio in Ucraina Yura Lifanse. Foto gentilmente concessa
Una delle ultime volte in cui i missili russi sono piovuti su Leopoli, Yura Lifanse non ha dormito. Le ore sono trascorse mentre si chiedeva se doveva svegliare la moglie e le figlie per andarsi a riparare durante il raid. Alle 7 di mattina l’attacco è terminato e alle 9 l’uomo era già al lavoro, responsabile della Comunità di Sant’Egidio in Ucraina. “Non è una vita normale e non si ha ogni giorno la forza di reagire in modo opportuno agli allarmi”, dice, quando i giorni di guerra in Ucraina sono diventati 1.461. La sua stanchezza è quella di un intero popolo per cui da quattro anni il conflitto è ormai quotidianità carica di sofferenza, che cerca di sopravvivere al gelo oltre che alle armi, desiderando almeno la tregua. La speranza è alimentata dalla solidarietà fatta di gesti concreti, dell’aiuto vicendevole che crea legami e permette di tornare a guardare al futuro.
Le vittime
Dopo quarantotto mesi, gli ucraini, sfiniti, vogliono la pace. Che è tante cose. “Poter dormire la notte e vedere tornare a casa i soldati partiti per il fronte, perché la sofferenza si fa sempre più vicina, i funerali di amici e parenti sono all’ordine del giorno”, racconta Lifanse. Le sirene di impediscono di prendere sonno, in uno stare costantemente sul chi vive che non sempre salva la vita. “Quando suona l’allarme le persone scendono in garage, poi quando l’attacco finisce risalgono nell’abitazione e a quel punto i russi colpiscono di nuovo, uccidendo”, spiega. Nel 2025 le vittime civili sono aumentate del 26%, secondo l’organizzazione internazionale Azione contro la violenza armata (Aoav), e più di 1.700 scuole e quasi 200 strutture mediche sono state danneggiate o distrutte.
Buio e freddo
La morsa del gelo aggiunge patimento ulteriore a quello già inflitto dalle armi. Le temperature molto rigide sono esacerbate dai blackout dovuti agli attacchi alle infrastrutture energetiche che impediscono di riscaldarsi e cucinare. “Lo scopo della guerra è scatenare la crisi umanitaria”, continua Lifanse, “di giorno si arriva a -15 gradi e non riesci a ripararti. A Kiev, Odessa e Kharkiv ci sono palazzi con un migliaio di inquilini che da metà gennaio sono senza riscaldamento perché non hanno impianti a gas, per ragioni di sicurezza, ma elettrici e se salta la corrente al buio e al freddo”. Un aiuto agli ucraini è arrivato da papa Leone che ha inviato 80 generatori di corrente nel Paese.
Guerra e povertà
“La guerra è la madre di tutte le povertà”, aggiunge il responsabile ucraino di Sant’Egidio. Elencandole: “La famiglia sfollata, quella con un soldato al fronte o una persona cara dispersa, gli anziani che non hanno forza di costruirsi una nuova vita, restare senza medicine, non riuscire a dormire a causa degli allarmi”. La solidarietà riesce però a dare risposte sorprendenti anche a bisogni che sembrano troppo grandi. “La popolazione di Leopoli è raddoppiata ma nessuno è stato lasciato a dormire per strada, abbiamo trovato posto per oltre 400 persone”, racconta, “un amico ne ha ospitate 47 nella sua villetta”. La Comunità ha reagito aiutando le persone più fragili a evacuare e nei cinque centri che ha nel Paese, dove hanno a disposizione generatori e linee di collegamento, si può cucinare un pasto caldo, come quello che i volontari portano a chi vive in strada. A dicembre è arrivato il duecentesimo camion carico di aiuti umanitari con cibo, vestiti e prodotti per l’igiene, che vengono distribuiti alle famiglie o spediti a chi vive lontano.
Solidarietà e speranza
La catena della solidarietà è fatta di tanti anelli che si aggiungono di volta in volta. Nei centri per sfollati di Sant’Egidio le persone assistite sono invitate a aiutare i prossimi che arriveranno. “Qui nascono legami, una salvezza per i profughi anziani che si trovano dall’altra parte del Paese rispetto a casa loro, senza i loro contatti, e da noi trovano una comunità che gli accoglie. Questo aiuta ad avere speranza nel futuro”, dice Lifanse. Non una speranza mondana, qualcosa di più elevato. “La speranza nasce e cade. Se speri che la guerra finisca domani puoi restare deluso e non crederci più. Nella Comunità di Sant’Egidio ho imparato a cercare la speranza non sulla terra ma nella Pasqua, la vittoria della vita sulla morte”. E conclude: “Ho due figlie che devono crescere, non posso disperarmi. Devo lavorare per un mondo migliore”.
