Dall' introduzione all'Agenda "Conoscenda 2026" redatta dalla redazione
Liberi di leggere
di certosino
Chi non legge è meno libero.
Il discorso è semplice, però merita una spiegazione.
Oggi nel mondo quasi tutti imparano a leggere, lo
richiedono le nuove tecnologie, lo richiedono i
film sottotitolati, le necessità quotidiane di
traduzione di una parola mal pronunciata o
appartenente a una lingua straniera. Ma tra tutte
queste persone non tutte considerano la lettura
importante, tant’è vero che, almeno in Italia, ma
anche in molti paesi industrializzati, la maggior
parte di loro, pur non essendo analfabeti, non
legge oltre lo smartphone, oltre lo stretto
necessario. Anzi negli ultimi tempi si è registrata
un’ulteriore caduta consistente di lettori che le
bonarie indagini Istat collocavano attorno al
40%.
Non solo, è risultato che i nuovi alfabetizzati manifestano comunque lacunose difficoltà nel leggere, nel capire, nel decodificare l’argomento di un testo appena complesso. Sono insomma sempre più in aumento quelli che un tempo
chiamavamo analfabeti di ritorno e che oggi chiamiamo analfabeti culturali, nel senso che, pur possedendo gli strumenti tecnici del leggere, hanno difficoltà a seguire un ragionamento logico.
Per non gridare subito alla tragedia diciamo che si può vivere senza leggere, anzi Hans Magnus Enzensberger sosteneva, tra il serio e l’ironico, che chi non legge se la passa anche bene. «Se la passa bene», scriveva l’intellettuale tedesco, «perché non soffre per la mancanza di memoria da cui è affetto; il fatto di non essere caparbio gli rende la vita più facile; il fatto di non essere capace di concentrarsi è da lui apprezzato; il fatto di non sapere e capire che cosa gli succede gli sembra un vantaggio. Egli è mobile, è capace di adeguarsi. Dispone di una considerevole capacità di imporsi. Quindi non c’è motivo di preoccuparsi per lui. Contribuisce al suo benessere la circostanza che l’analfabeta di ritorno non si rende assolutamente conto di essere un analfabeta di ritorno. Si considera bene informato, è in grado di decifrare istruzioni per l’uso, pictogrammi ed assegni, e si muove in un ambiente ermeticamente chiuso contro ogni attacco alla sua coscienza. È impensabile che egli possa fallire a causa del mondo che lo circonda. Il quale mondo ha prodotto e plasmato per garantirsi la propria sopravvivenza indisturbata. L’analfabeta di ritorno è il prodotto di una nuova fase dell’industrializzazione. Un sistema economico, il cui problema non è più la produzione ma il consumo, non sa più che fare di un’armata di rincalzo ben disciplinata. Ha bisogno di consumatori qualificati».
Cosa perde chi non legge
Chi non legge dovrebbe riconoscersi in questo ritratto. Certo che se guardandosi allo specchio si vedesse come nella descrizione di Enzensberger, non potrebbe essere soddisfatto di sé. A nessuno piace, se ne prende coscienza, una “sopravvivenza” sia pure indisturbata, perché a tutti piace vivere e non sopravvivere all’interno di un meccanismo che determina le scelte e quindi annienta la libertà. Difatti è proprio questo che si perde col non leggere: si perde non solo l’informazione, quella superficiale che si acquisisce attraverso i nuovi mezzi comunicativi, si perde anche quella conoscenza articolata che ci fa riflettere e capire se l’informazione che ci arriva è vera, falsa o parzialmente vera. La conoscenza è un processo complesso che avviene e matura attraverso il rapporto con gli altri, con lo studio di quello che gli altri hanno nel tempo ricercato e scoperto, in pratica con la scienza e il sapere.
Chi non legge si perde, perché forse non l’ha mai
provato, anche il piacere di leggere.
Si tratta di
un piacere particolare, a volte anche faticoso ma
comunque rilassante, perché tagliando i fili con la
realtà a volte pesante offre la meravigliosa
possibilità immaginaria di vivere altre vite, di
entrare per un po’ nelle emozioni, nel diverso
sentire, nella psicologia, per così dire, di persone
e situazioni anche diverse e lontane. Pura
evasione dal vivere?
Di certo è arricchimento
della fantasia che consente di immaginare e
progettare, di penetrare la realtà delle cose. Si
torna al nostro vissuto a volte più leggeri e con
logiche diverse. Perché i viaggi in un mondo
fantastico e immaginario non restano a se stanti,
hanno un diretto rapporto con la realtà: anche
l’arte e la letteratura infatti, pur trasportando in
mondi irreali, sono utili perché da quei mondi si
torna sempre arricchiti da una benefica
esperienza.
L’apprendimento del leggere
La principale fonte di comunicazione tra gli
esseri umani è ed è stata indubbiamente la parola.
Ma la parola oralmente pronunciata è una fonte
caduca che non solo può essere dimenticata ma
può anche essere resa sempre più tenue e
semplificata nel tempo.
Scrittura e lettura hanno
invece permesso nei secoli una sempre più
complessa trasmissione delle conoscenze, tanto
che si può dire che il progresso scientifico è
legato a questi strumenti. Recenti studi hanno
mostrato che la scrittura e la lettura non hanno
una parte ad esse dedicata nel nostro cervello,
come ha invece la parola (questo, sostiene
Maryanne Wolf, per motivi evolutivi: troppo
poco tempo sarebbe passato dall’invenzione di
queste attività).
Il cervello è però una struttura ricettiva e può
formare e sviluppare questa parte se
l’apprendimento dell’alfabeto avviene nei tempi
e nei modi giusti. Da qui le indicazioni che la
mente del bambino sia stimolata e arricchita fin
dalla nascita (c’è chi sostiene anche prima della
nascita con racconti di storie che sarebbero udite
dal bambino attraverso la madre) verso la
conoscenza e il contatto fisico con libri e lettura.
A pensarci bene il bambino, fin da quando viene
al mondo, apprende con rapidità straordinaria,
assimila tutto quello che gli è consentito
dall’esperienza. Per questo sono nati i libri da
leggere prima di leggere, come i libri della culla,
del bagnetto, della pappa, della cacca… Libri
che, prima con sole immagini a poi anche con
parole scritte, abituino il bambino a un naturale e
ludico rapporto con la carta stampata. Con questo
sviluppo il bambino giunge a una capacità di
lettura che in qualche modo dovrebbe nel tempo
farsi sempre più ricca e articolata, sempre più
complessa e logica. In tutto questo non va
sottovalutata la creatività: durante la crescita il
giovane dovrebbe partecipare anche con
iniziative proprie alla stesura di testi.
È l’idea di fondo della pedagogia attiva: il bambino che
cresce non è solo fruitore di testi ma anche
inventore di testi: pensiamo al giornalino
scolastico di Freinet e Lodi, ma anche ai testi dei
ragazzi di Barbiana o alla reinvenzione di favole
come propone Rodari o alla proposta della scuola
democratica e attiva di Dewey, di Dottrans, di
Cousinet e di tanti altri. Il ragazzo comunica nei
suoi testi i suoi pensieri e li confronta
liberamente con quelli degli altri (compresi i
pensieri dei libri che legge), così crescendo si
arricchisce culturalmente e pratica la democrazia,
che in fondo è confronto di idee e rispetto di idee
diverse. Generalizzando il concetto si giunge al
rispetto delle culture, delle religioni, dei generi
diversi.
Quando invece vediamo nella carrozzina il
bambino che abilmente smanetta sul cellulare e si
incanta di fronte alle immagini che scorrono sotto
i suoi occhi, non ci rammarichiamo per il gusto
che prova in quell’attività, ma per due principali
motivi.
Il primo perché sentiamo che tutte le
indicazioni pedagogiche sulla crescita del
bambino a cui si è fatto cenno sono saltate,
compresa l’educazione estetica: le immagini che
scorrono sul cellulare sono di variegata
provenienza, spesso deprecabile quando non
pericolosa, e la loro qualità si presenta in un
miscuglio che confonde e non aiuta alla
formazione di alcuna logica.
Il secondo perché
capiamo che sta saltando anche l’apprendimento
graduale della lettura sulla cui conseguenze non
sappiamo, temiamo però che avvenga un po’
quello che avviene nell’analfabeta adulto quando
impara a leggere direttamente su strumenti
elettronici, dai quali difficilmente si staccherà per
passare a una lettura che non sia quella legata alla
pura informazione. Con le perdite dette.
Mai come oggi è vero che lo strumento è anche
contenuto (M. McLuhan). Dobbiamo dunque
arrenderci di fronte allo sconvolgimento
pedagogico delle nuove tecnologie? E mentre ne
prendiamo atto ci chiediamo anche se davvero
questo sia l’aspetto più preoccupante.
Se guardiamo al futuro nuovi scenari si
presentano con l’intelligenza artificiale e con le
sempre nuove e raffinate tecnologie che
spaventano e creano preoccupazioni soprattutto
per i giovani. È naturale, l’umanità crea il nuovo
e di esso ha paura perché sa che i cambiamenti
sono a volte incontrollabili e pericolosi.
Sono timori vani, il nuovo non si arresta anche se rende
inutili vecchi strumenti e vecchie competenze.
Ma è anche portatore di nuove conoscenze e
competenze: il marinaio o il boscaiolo non
riconoscono più i segni della natura con cui si
orientavano, ma possiedono strumenti artificiali
che permettono una navigazione più sicura in
mare aperto e un cammino più sicuro anche nella
jungla. Rispetto ai pericoli… Certo ci sono,
pensiamo che sia una questione in cui entra anche
il controllo democratico sull’uso del nuovo.
Se questo sarà possibile, benvenuta intelligenza artificiale, auguriamoci che essa possa creare una svolta positiva in tutti i campi, in primo luogo in quello della lettura, della cultura, della coscienza umana.