#386 - 1 novembre 2026
AAAATTENZIONE - Cari amici lettori, questo numero rimarrà  in rete fino alla mezzanotte del 14 NOVEMBRE quando lascerà  il posto al n. 387. BUONA LETTURA A TUTTI . Ora per voi : AMICI DEGLI ANIMALI - Vivisezione: Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni (A. Einstein) - Grandezza morale e progresso di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali (Gandhi) - La compassione e l'empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo possa avere (C. Darwin) - Fintanto che l'uomo continuerà a massacrare gli animali non conoscerà  ne salute, ne pace (Pitagora) - Tra tutti gli animali l'uomo è il più crudele. E' l'unico ad infliggere dolore per il piacere di farlo (M Twain) - A forza di sterminare animali si è capito che anche sopprimere uomini non richiedeva grande sforzo ( E.da Rotterdam) . -
Attualità

Pubblichiamo a puntate lo studio dell'Eurispes

Egemonia digitale e consenso nell’età delle reti

L’algoritmo come ideologia

Prima parte
di Gian Maria Fara - Presidente dell'Eurispes

Una premessa necessaria

Non sono un tecnofobo. Non appartengo alla categoria di coloro che vedono nella rivoluzione digitale una minaccia alla civiltà e che vorrebbero, se potessero, riavvolgere il nastro fino a un tempo predigitale che non è mai esistito nella forma idillica in cui lo immaginano. La tecnologia è uno strumento: come tutti gli strumenti, non è buona né cattiva in se stessa ma, come afferma Melvin Kranzberg nella Prima legge sulla Tecnologia «non è nemmeno neutrale». Dunque può avere una connotazione negativa a seconda di chi la usa, come la usa, e nell’interesse di chi.
Ciò che invece preoccupa è un aspetto differente e meno ovvio: non la tecnologia in se stessa, ma il sistema di valori, di presupposti, di visioni del mondo che le piattaforme digitali incorporano, trasmettono, veicolano e impongono. E questo processo che potremmo definire “dall’alto” avviene spesso senza che nessuno ne abbia discusso in termini di processi e contenuti, senza che vi sia un soggetto riconoscibile che si sia assunto la responsabilità dei contenuti generati e diffusi. Ciò dà vita a un sistema valoriale, non per forza etico, che si presenta come neutro e tecnico, e che per questo è tanto più potente e tanto meno visibile di qualsiasi ideologia esplicita.
È di questa invisibilità che occorre parlare. Con gli strumenti della sociologia e con un debito dichiarato nei confronti di Antonio Gramsci, il cui pensiero sull’egemonia culturale offre, a mio avviso, la griglia interpretativa più feconda per capire ciò che sta accadendo nell’ecosistema digitale attuale. Un pensiero elaborato in una cella di prigione, su Antonio Gramsci distingueva tra dominio ed egemonia. Il dominio è il potere che si esercita attraverso la coercizione, attraverso l’uso della forza e le sanzioni per imporre l’ordine dall’alto. L’egemonia è il potere che si esercita attraverso il consenso: la persuasione, la cultura, la costruzione di un senso comune che rende invisibili le relazioni di potere che lo sottendono. È, dunque, la capacità di una classe sociale di esercitare la direzione culturale, morale e politica sulla società. Il dominato accetta la propria condizione non perché vi sia costretto, ma perché la considera naturale, necessaria, ovvia.
quaderni clandestini, quasi un secolo fa, e che non ha mai smesso di essere attuale.

Gramsci nel metaverso

Non vi è necessità dell’utilizzo della forza quando il dominato ha interiorizzato i valori del dominante come propri. Gramsci aveva in mente il sistema di potere borghese nell’Italia del primo Novecento. Ma la struttura analitica che aveva costruito si presta, con altrettanta precisione, a descrivere il funzionamento delle piattaforme digitali nel terzo decennio del Ventunesimo secolo. Le grandi piattaforme tecnologiche esercitano un’egemonia nel senso gramsciano del termine: non costringono nessuno a usarle, non impongono con la forza i loro valori, non proibiscono alternative. Eppure, riescono a plasmare i comportamenti, le percezioni, le preferenze, le categorie mentali di miliardi di persone con una pervasività e una continuità che nessun apparato ideologico precedente aveva mai raggiunto.
La stampa, la radio, la televisione hanno esercitato forme di egemonia culturale potenti. Ma erano strumenti unidirezionali: trasmettevano messaggi a destinatari passivi, e il feedback era lento, indiretto, mediato. Le piattaforme digitali sono qualcosa di fondamentalmente diverso: sono sistemi bidirezionali e adattativi, che apprendono in tempo reale le reazioni degli utenti e modificano continuamente il proprio “comportamento” per massimizzare il coinvolgimento. Non trasmettono un messaggio quanto piuttosto costruiscono un ambiente. E l’ambiente è il condizionamento più efficace che esista, perché è quello del quale chi viene condizionato è meno consapevole.
Louis Althusser, qualche anno dopo Gramsci, aveva elaborato il concetto di apparati ideologici di Stato: le Istituzioni, come la scuola, la Chiesa, la famiglia, i media, attraverso cui l’ideologia dominante si riproduce non con l’uso della coercizione ma passando per la pratica quotidiana. Le piattaforme digitali sono, a tutti gli effetti, apparati ideologici post-statali: esercitano funzioni analoghe a quelle che Althusser descriveva, ma senza essere legate ad alcuno Stato, senza rispondere ad alcuna autorità democratica, senza dover rendere conto a nessuno del sistema di valori che trasmettono.

Insomma, uno Stato nello Stato

Uno Stato, per definizione, detiene il monopolio della forza legittima sul proprio territorio. Le piattaforme usano il monopolio dell’attenzione e della visibilità per ottenere lo stesso risultato. Chi non esiste sulle piattaforme non esiste nel dibattito pubblico, sparisce dallo spazio comune della conversazione collettiva. È una forma di potere che non ha precedenti storici comparabili, perché non ha confini geografici e non conosce giurisdizioni nazionali. Il paradosso che rende questa situazione politicamente esplosiva è che gli Stati democratici fondano la propria legittimità sul principio della sovranità popolare, hanno progressivamente ceduto alle piattaforme private porzioni crescenti di quella sovranità – il controllo dello spazio pubblico, la gestione dell’identità digitale dei cittadini, la definizione delle regole del confronto politico senza che nessun elettorato abbia mai votato per questa cessione. È avvenuto per inerzia, per incapacità di prevedere la velocità della trasformazione, per la seduzione dei modelli gratuiti che nascondevano il vero prezzo da pagare.
Recuperare quella sovranità non significa nazionalizzare le piattaforme né tornare a un mondo predigitale che non tornerà. Significa riaffermare un principio elementare che ogni democrazia dovrebbe considerare non negoziabile: che il potere esercitato su spazi pubblici, anche quando essi sono digitali, deve rispondere a regole pubbliche, definite democraticamente, applicabili universalmente. Uno Stato nello Stato non è compatibile con la democrazia, indipendentemente dal fatto che i suoi unici si trovino a Washington, a Menlo Park o a Pechino.

  • (fine prima parte)
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