I Saturnali
Durante i Saturnali nell’antica Roma tutto (o quasi) era lecito
di Livio Toschi
Nel numero 382 del 1° settembre scorso ho parlato della corsa dei cavalli barberi durante il Carnevale di Roma, precisando che la festa derivava dagli antichi Saturnali. Su questi voglio soffermarmi oggi.
Il Carnevale romano, ma persino il Natale, affondano le proprie radici nei Saturnali, arcaiche festività religiose di fine ciclo agricolo, collegate alla semina invernale.

Venivano celebrati a Roma dal 17 al 23 dicembre in onore di Saturno, antico dio romano dell’agricoltura (era raffigurato mentre impugnava una falce), con sacrifici, riti orgiastici, conviti e divertimenti. Inizialmente la festa era limitata al solo 17 dicembre, ma in epoca imperiale il numero dei giorni aumentò fino ad arrivare ai sette stabiliti da Domiziano.
Saturno (Crono in Grecia) veniva associato alla mitica Età dell’Oro (aurea aetas), allorché gli uomini vivevano felici, senza guerre, in totale eguaglianza fra loro e nell’abbondanza di ogni bene. Si narrava che Saturno/Crono, esiliato da Zeus e dagli altri suoi figli al termine della Titanomachia, fu accolto dal dio Giano e si stabilì nel Lazio. Da quel momento iniziò un’epoca chiamata appunto Età dell’Oro poiché Saturno rese la terra talmente fertile da produrre spontaneamente tutto ciò che serviva, senza la necessità di arare, seminare e mietere. Il suo culto, tuttavia, era praticamente sconosciuto fuori da quella regione.

Sebbene Tito Livio [Ab Urbe condita, II, 21] sostenesse che la festa ebbe origine con la fondazione del tempio di Saturno sotto il consolato di Aulo Sempronio Atratino e Marco Minucio Augurino (497 a.C.), probabilmente i Saturnali nacquero molto prima, anche se furono regolamentati solo nel 217 a.C. Godettero di grande longevità, al punto che una loro famosa descrizione figurava nell’omonima opera del V secolo d.C. di Ambrogio Teodosio Macrobio, scrittore, grammatico e funzionario romano, che li scelse come scenario dei dotti dialoghi nei quali i protagonisti mostravano nostalgia per il tempo in cui i rituali pagani godettero di maggiore importanza, prima dell’avvento del cristianesimo. I suoi Saturnalia in 7 libri rappresentano anche l’ultimo esempio d’un genere letterario, il simposiaco, che ebbe inizio con Platone. Durante i Saturnali, mentre si festeggiava fino a tarda notte l’abbondanza dei doni della terra, la temporanea concessione di una notevole indipendenza agli schiavi riproponeva una parvenza dell’antico stato di eguaglianza fra gli uomini. La festa si diffuse in tutto il mondo romano, e in ogni provincia dell’Impero rimase, sino al trionfo del cristianesimo, la più popolare e più cara alle genti di ogni condizione sociale. Il poeta Catullo la definì «il migliore dei giorni» [Carme 14].
La parte ufficiale della festa cominciava con un sacrificio solenne nel tempio di Saturno al Foro Romano, celebrato alla maniera greca, ossia a capo scoperto, e con lo scioglimento delle bende di lana (compedes) che, per il resto dell’anno, tenevano legati i piedi della sua statua. Sciogliere quei lacci simboleggiava la liberazione dal lavoro e dalle regole sociali. Seguiva un banchetto pubblico (convivium publicum), alla fine del quale i convenuti si scambiavano il saluto augurale: «Ego, Saturnalia» (forma abbreviata di «Io ti auguro di trascorrere lieti Saturnali»), accompagnato da piccoli doni detti strenne (strenae, che prendevano il nome dalla dea Strenua), a base di noci, fichi, datteri e miele. Nelle abitazioni private s’invitavano parenti e amici per dei conviti, che talora degeneravano in crapule e orge. Poiché a tavola s’imbandiva quanto di meglio offrivano le cucine e le cantine, nel 161 a.C. il console Gaio Fannio Strabone propose la legge, che da lui prese il nome di Lex Fannia, con cui si fissava un limite di spesa per i banchetti organizzati in quelle occasioni [Aulo Gellio, Notti attiche, II, 24]. Dopo i lauti pasti e le abbondanti bevute si giocava sulle tabulae lusoriae oppure ai dadi (aleae), a pari e dispari (par impar), a testa o croce (capita aut navia), a morra (micatio), ecc., proibiti nel resto dell’anno.

Seneca, manco a dirlo, non gioiva durante i Saturnali: «La vita è più intensa che mai in città. Ovunque risuonano i chiassosi preparativi per la festa. È stato autorizzato ufficialmente ogni diritto alla dissolutezza e tutti si gettano perdutamente nei piaceri» [Lettere a Lucilio, II, 18]. Non mancavano, tuttavia, gli aspetti positivi. Il senso di eguaglianza e di fratellanza umana, per pochi giorni rinato, si manifestava con la massima libertà possibile concessa ai servi, per i quali i padroni stessi imbandivano banchetti. Il 20 dicembre, inoltre, i padroni scambiavano doni con i familiari, ma anche con la servitù: si trattava in particolare di figure di terracotta o di cera (sigilla o sigillaria), spesso modellate con le fattezze di qualche divinità. Un altro dono molto comune erano le candele, chiamate cerei. Nell’84-85 Marziale pubblicò il XIII libro degli Epigrammi, intitolato Xenia (doni per gli ospiti), riguardante proprio i regali che i Romani di solito si scambiavano in occasione dei Saturnali. Marco Porcio Catone (il Censore), che era molto severo con i suoi schiavi, durante i Saturnali si limitava a concedere loro una razione extra di 3,5 litri di vino. In quei giorni i tribunali e le scuole venivano chiusi. Inoltre, era proibito iniziare o partecipare a guerre, infliggere pene capitali e, comunque, esercitare qualsiasi attività che non fosse dilettevole. Come sempre, accanto agli amatissimi ludi circensi, si organizzavano i combattimenti dei gladiatori (munera), che però non si concludevano più con la morte. Anche l’abbigliamento cambiava. La toga, simbolo della cittadinanza e dell’ordine romano, veniva messa da parte. Tutti, schiavi compresi, indossavano abiti più informali, come la synthesis, una comoda tunica, e camminavano con in testa il pileus, copricapo di feltro o cuoio che abitualmente veniva donato dal padrone agli schiavi liberati (liberti). I Saturnali erano presieduti da un re, selezionato apposta per l’occasione, conosciuto come Saturnalicius princeps, capo dei Saturnali. Una sorta di re burlesco, scelto a sorte, che indossava una maschera e vesti dai colori sgargianti (soprattutto rosse), dava ordini bizzarri e imponeva comiche penitenze. Si celebravano anche nell’esercito. La festa era detta Saturnalicium castrense e nell’occasione i soldati semplici sedevano accanto ai generali da pari a pari, brindando insieme e rilassandosi dalle fatiche e dai pericoli della guerra.

Tutte quelle temporanee promiscuità erano probabilmente ideate per allentare le pressioni sociali che si accumulavano lungo l’anno nelle rigide consuetudini della società romana. Insomma, i Saturnali costituivano una valvola di sfogo sociale controllata, una convenzionale finzione collettiva: finita la festa, tutto tornava come prima. L’influenza dei Saturnali si estese ben oltre il mondo romano e continuò, seppure in tono minore e in forma privata, anche dopo l’affermazione del cristianesimo.