Nella rubrica Viaggi straordinari di exibart artisti e curatori raccontano esperienze fuori dal comune
che li hanno portati a riflettere in modo inedito sul mondo e su se stessi.
Una mappatura per vedere con occhi nuovi luoghi, ricerche, ispirazioni.
Viaggi straordinari
Diego Miguel Mirabella in India per exsibart
«In order to write a poetry that isn’t political, I must listen to the bird, and in order to hear the birds, the warplanes must be silent». Questa è la frase che trovo affissa, un piccolo A4, atterrato da nemmeno di 24 ore a Mumbai, è gennaio, fa caldo per le vie di Bandra – un bel quartiere della città. Pensavo, idealizzando le mie letture, che la prima cosa che mi avrebbe colpito di questo posto sarebbe stato l’odore. Adesso l’olfatto è l’ultimo dei sensi mentre la vista mi sta scoppiando. Questa breve frase, scritta in Hindi e in inglese mi fa socchiudere gli occhi un attimo.

Mi ospitano dei designer, sono amici e collaboratori di un magnate del textile che ho conosciuto a Roma e che insieme alla promessa di mettermi a mio agio i primi giorni indiani mi ha consigliato un libro: Handmade in India, a Geographic Encyclopedia of Indian Handicraft, scritto da M.P. Ranjan con la moglie Aditi. Ho passato gli ultimi giorni romani a divorare questo utilissimo libro che elenca tutte le tecniche artigianali del “continente” indiano, indicandone luoghi, città e alle volte workshop. Diligentemente ho realizzato una mappa personalizzata su maps tracciando un itinerario di viaggio. Voglio conoscere i due autori del libro e sono riuscito, grazie alla teoria dei 6/5/4 gradi di separazione, a scrivere ad Aditi. Il marito non c’è più ma lei sì e grazie ad Instagram sono entrato in contatto con un giovane architetto che la conosce. Lei mi risponderà solo una volta arrivato a Mumbai. Non ho ancora chiarissimo cosa dirle, forse vantarmi della mia mappa e ringraziarla per questo lavoro straordinario; sicuramente avere una meta una volta arrivato nel paese.

Nel mentre i giovani che mi ospitano mi fanno visitare le fabbriche di textile che sviluppano progetti per l’alta moda, visiterò 4 siti dove si fa una grande ricerca.
Aditi mi ha risposto. ci vedremo a Bangalore tra 7 giorni perché lei al momento è in viaggio. Anche io farò il viaggiatore e anche se mal sopporto il concetto, il turista. Salgo su un autobus letto e mi ritrovo sdraiato senza la possibilità di girarmi su me stesso, con la valigia tra le gambe, a percorrere non so quante ore di strada che mi porteranno a Hampi. Imparo così di non prenotare il posto sopra il guidatore, c’è la metà dello spazio.

Qui, girando prima a piedi e poi in bicicletta, tolgo le scarpe; proverò a seguire il passo di tutti gli altri mentre incredulo osservo più persone di quelle che la mia vista riesce a contare, a mormorare ringraziamenti e ossequi mentre, toccando tutto, trascinano con un gesto della mano ogni cosa verso la loro testa. Tra le cose che mi hanno più colpito questa è forse la più rilevante. Qui tutto è vissuto in una speciale comunione con il caos; si vede nel rapporto con il sacro: bastano due fiori poggiati su una qualsiasi superficie, un pizzico di colore arancione o rosso, e ogni cosa diventa tempio da adorare e al quale offrire devozione in un unico gesto: dal “tempio” alla propria testa. Occhi chiusi, Inchino.
Non posso capire fino in fondo ma osserverò questa magia da Hampi a Bangalore, verso Delhi alla vicina Jaipur, nelle strade di Mysore, Bhubaneswar e il villaggio di Puri, la mitica Kolkata, Varanasi, Agra, nei treni e sugli autobus. Basta una caramella, una cartaccia e un solo credente così che un piccolo corner diventa luogo speciale di culto. Se questo non è abbracciare il caos del mondo…

I rangoli sono decori tracciati a terra con polveri varie, cereali o calcare, spesso realizzati di fronte le case. I più complessi e colorati si realizzano durante le feste ma la pratica quotidiana ne mostra splendidi esempi bianco brillante. Sotto la luna della mia insonnia cammino per il villaggio, valutandoli e apprezzandone la varietà. Sebbene la mia stanza non sia un granché, dormirò benissimo.

Per strada tante persone chiedono una foto insieme, da dove vengo e nulla più. Succede spesso che una volta soddisfatto il loro interesse si girino e vadano via senza neanche salutare; con il tempo ho immaginato che quando si è 1.5 miliardi si ha un rapporto diverso per l’interesse altrui.
Da Hampi a Bangalore, passando per Mysore incontrerò diversi artigiani. Le indicazioni del libro sono oramai obsolete ma non tutte e così vado a trovare una persona che lavora a una pittura tradizionale con rilievo in foglia d’oro. È affascinante, ma sfortunatamente l’artista non sta bene — ha subìto, credo, una semi paralisi — a parlarmi è il figlio quindicenne. Mentre sto andando via, dopo aver ringraziato e fatto i miei omaggi, sul ballatoio il ragazzo mi chiede se in Italia ho mai visto un concerto di Eminem. Gli dico di no, ma gli consiglio alcuni rapper italiani della mia città, perciò gli scarico tutta la discografia dei Colle der Fomento, di Primo Brown e del Truceklan. A distanza di anni ancora mi manda le sue canzoni rap, rigorosamente in Hindi.

Finalmente incontro Aditi. Ci diamo appuntamento in un bel caffè, prendiamo due chai. Lei è dolce e anziana. Il libro era un progetto commissionato dal governo a lei e al marito, due esponenti di un’India colta, illuminata e raffinata. Mi passa dei contatti, parliamo di Ahmedabad, di diverse tecniche artigianali; le faccio vedere il mio lavoro e lei non ha dubbi: devo iniziare da Delhi, ci sono troppi eventi importanti in questi giorni. Avevo prefissato come ultima meta Delhi, poco male. Due ore dopo prenoto un aereo in partenza per il pomeriggio successivo e un attimo dopo io e tutto il mio corpo supino, gli occhi che guardano il letto del vicino di ostello, ci sentiamo in tremenda colpa per i nostri privilegi.

La mattina della partenza vado a un mercatino di artigianato vicino all’Accademia di Design. Compro due camicie, sfoglio le bancarelle, mi trovo davanti a dei lavori bellissimi a soffietto: non proprio pergamene ma con la stessa funzione di spiegamento: Pattachittra palm leaf engraving.
Un artigiano me ne apre una davanti gli occhi: colorata e oltremodo dettagliata. Come se avesse aperto anche qualcos’altro, abbraccio il caos e piango tutte le immagini del viaggio. L’artigiano mi guarda incredulo mentre ancora commosso gli dico che andrò a trovarlo nella sua città dove, mi dice, tornerà tra due giorni. Chiedo dove sia l’Odisha. A sud. Ho appena deciso la mia seconda meta.
A Delhi incontro la qualunque, visito la fiera di artigianato dell’Asia e dell’Africa più grande al mondo: Surajkund. Ballo, trascorro una lunga folle notte con un gruppo di giovani artisti locali, vedo la fiera d’arte contemporanea, diversi musei e odio la città.

La più mite Jaipur mi vedrà lavorare per una settimana con le maestranze locali del woodblock, tecnica di stampa su tessuto tipica di alcune regioni tra cui il Rajasthan. Ogni regione ha i suoi stili e disegni e Jaipur, che è veramente tutta rosa – ma di un tono terroso – è una pietra preziosa di per sé e per questa tecnica.
Sopra lunghi tavoli di dieci metri, con il gentile Raul, stampiamo un’infinità di segni su lunghe tele dei più disparati formati. Non so che cosa ne farò ancora, sono disegni di cui non conosco ancora bene la finalità — ma so che sto scaricando informazioni, dati di una storia visiva. Mi sembra di fare tanti rangoli, li chiamo paesaggi, ancora non so come farne parte.
Alla fine della settimana di lavoro ne stendiamo alcuni sopra i tavoli. Nelle facce dei lavoratori dello stabilimento — abituati a usare quegli stessi blocchi di legno in modo ripetuto, geometrico, preciso — leggo una mistura di risa, stupore e forse un pizzico di simpatia nei miei confronti. Tornerò in questo posto più avanti nel viaggio, con Beatrice, ma saremo accompagnati da Hara.

L’aereo atterra la mattina presto a Bhubaneswar. Mi disfo di tutti i vestiti pesanti, li metto in una scatola e la spedisco in Europa, la città è caldissima. Vado a visitare un museo, un modo come tanti per orientarmi e scopro che sono in un’altra India, più oscura. Forme, architetture e sculture dialogano con la morte in un’ottica di rinascita. Siva (o Shiva) è arrivato a farmi compagnia.
Si viaggia per abbracciare il proprio male, non il benessere. L’obiettivo è farsi scavare dal diverso e guardare con commozione le cose del mondo, nudi. Io per esempio viaggio per le certezze, quelle socratiche: nessuna. Penso di non sbagliare nel dire che il 65% delle persone nel mondo usa come calzatura principale le infradito, mentre rifletto a questa banalità guardo le mie consunte scarpe modello derby, il mondo si percepisce diverso senza le scarpe al piede? Ti mette in un altra posizione nei confronti del mondo? Anche vedere così tante persone intorno a me, sempre, fa tremare i miei dubbi e mentre cammino per Bhubaneswar, google maps in mano e biglietto da visita dell’artigiano in tasca, mi chiedo che cosa stia facendo il Diego Miguel che ho lasciato a Roma, se in questo momento si sente più certo di me, se ha le stesse idee di quando siamo partiti e sopratutto se ha da fare considerazioni più profonde della mia fenomenologia della ciabatta.
Entro nella bottega dell’artigiano con un gran sorriso che contrasta con l’incredulità dell’uomo che ho conosciuto pochi giorni fa a Bangalore.

Il lavoro insieme andrà male, ho sbagliato qualcosa e non ho ne considerato tante altre. Voglio tornare e conoscere di più di questa straordinaria tecnica in cui sottili foglie di palma incise vengono trasformate in supporti narrativi atti a tramandare racconti religiosi, miti, genealogie e conoscenze, unendo funzione devozionale, educativa e artistica. Cambio diverse città, vado in moto, sorrisi, mani, provo anche io a fare di no con la testa per dire sì, tramonti, dubbi e infezioni. Sono al limite di un momento ben preciso – tipico dei viaggi in solitarian- nel quale si è sfiniti di incamerare immagini e si avrebbe voglia di sciorinare per un’ora o più un racconto qualunque, pur che serva a riposare gli occhi. Beatrice atterra a Calcutta quattro del mattino. Eccitata e inquieta la mia testa sporge per aiutare lo sguardo alla familiarità mentre aspetto fuori dall’aeroporto. Mentre attraversiamo la città buia e deserta considero, con un sorriso, che è un mese che non parlo, dal vivo, in italiano. Mentre ci sorridiamo guardo in lei la mia stanchezza e un invincibile felicità.

Siva torna e ci verrà a trovare all’alba a Varanasi, giocherà con noi ad Agra, sarà comprensivo a Delhi quando in taxi guarderà le mie lacrime da bambino scivolare per l’assurdità del mondo che questo posto ti fa portare dentro, come un peso. Parlerà con me, vestito da bambina, su di un molo, tradendo la sua identità mostrando – con ogni gesto – di aver vissuto tanto. A Jaipur ci colpirà con un bastone: la morte dell’amata Rosalba, la zia di Beatrice. Hara è il nome di Siva nella sua versione distruttrice mentre Śambu – sempre un suo nome – tradotto significa “luogo di felicità”: mentre riceviamo la notizia stiamo stampando nella fabbrica di woodblock. Rosalba era una stampatrice d’arte e la coincidenza ci fa sentire meno lontani perciò non ci fermiamo; continueremo fino a tardi con Śambu alle nostre spalle e un diluvio in Beatrice.
Ripenso alla scritta sul piccolo A4, è cambiata:
In order to make art, I must listen to the bird, and in order to hear the birds, just for a single moment, my inner warplanes must be silent.

Finiamo di stampare. La città si chiude e il nostro viaggio non è da meno. Tornando verso l’albergo per una larga buia strada, illuminata solo dalle lunghe e veloci luci delle macchine – in un silenzio innaturale per questo caotico continente – un gigante cavalcato da due indiani viene verso di noi dal lato della carreggiata. Siamo accanto ad una banca, luogo che stride con il passaggio del maestoso Elefante che osserviamo increduli ambiare veloce accanto a noi. Abbracciamo il caos e ridiamo stanchi e sconvolti come reduci da un’intensa esperienza lisergica: possiamo tornare a casa. Salutiamo Siva: mano al tempio e su verso la testa, mormoriamo un addio; inchino.
