Indimenticabile film di Ermanno Olmi
L'albero degli zoccoli
E’ venuto alla luce, grazie al lettore Arturo Prandina, un singolare ‘carteggio’ (1989, pubblicato nei giorni scorsi su’Il Popolo Cattolico’,,settimanale di Treviglio) fra il giornalista Amanzio Possenti - che nel marzo 1989 pubblicò su ’La Stampa’ di Torino un articolo sulla fase di scomparsa in terra bergamasca di luoghi ed ambienti protagonisti nel celebre film’ L’albero degli zoccoli’ di Ermanno Olmi, premiato al Festival di Cannes - e il grande regista che inviò - e fu pubblicata da ‘La Stampa’- una lettera-risposta sull’argomento, lettera che mantiene la sua attualità e rivela in merito il pensiero di Olmi . Rieccone il testo che fu pubblicato su’ La Stampa’ nel marzo 1989.
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«Leggo su La Stampa di domenica, in un pezzo del mio concittadino e amico Amanzio Possenti, che i luoghi dove ho girato L’albero degli zoccoli vanno scomparendo. O sono le ruspe, o le trasformazioni e gli ammodernamenti delle antiche strutture, o la destinazione d’uso ad altri scopi che, comunque, finiscono per mortificare la funzione originale di quel luogo pur conservandone intatto l’aspetto esteriore.
Capita anche che qualche amico o conoscente senta il bisogno di farmi sapere della scomparsa di quegli ultimi angoli di mondo contadino dove, per la realizzazione del film, avevamo ambientato i vari momenti della vicenda cinematografica. Quasi che, per il solo fatto d’essere stati ripresi dal cinema, fossero stati in qualche modo ufficialmente consacrati. O almeno, a una mia prima superficiale considerazione, credevo fosse questa la ragione; una ragione più razionale che sentimentale; la preoccupazione cioè per un “reperto storico”, l’oggetto da conservare per mostrare più che per conviverci. Ma mi sbagliavo. Per molti (e non solo per me) il film ha prodotto su quei luoghi un effetto che in termini rigorosamente amministrativi si chiama “valore aggiunto”. Ossia, oltre al valore più o meno importante di reperto storico, di curiosità d’epoca, si aggiunge un valore più difficilmente quantificabile e catalogabile che è appunto il valore sentimentale.

Ma, ahimé cosa ho fatto! Pronunciando la parola “sentimentale” mi sono completamente compromesso poiché, di solito, il responsabile di tale debolezza viene immediatamente qualificato fra coloro i quali, concedendosi alle emozioni del cuore, finiscono per perdere una lucida facoltà di giudizio, un senso obiettivo della realtà storica senza il quale si finisce per essere dei poveri sempliciotto: ingenui che fanno tenerezza e anche un po’ ridere.
E inoltre, cosa forse ancora più grave per i sentimentali che, come nel nostro caso, si riferiscono a quel mondo contadino degli zoccoli, ecco che inevitabilmente si tira in ballo un’altra parola assai più imbarazzante: la parola “nostalgia”. Guai a coloro che provano questo pericoloso sentimento! Non sono degni di vivere e di godere dei benefici che il progresso ci ha procurato.

E io sono del tutto d’accordo con costoro che ridicolizzano la nostalgia. Altrimenti come faremmo a star dietro a tutte le accelerazioni e trasformazioni che le regole della economia attuale impongono? Come faremmo ad ampliare sempre più le nostre metropoli, a costruire palazzi sempre più alti per sfruttare al massimo il costo del terreno, a triplicare le autostrade per correre più rapidamente dove ogni giorno dobbiamo correre? E poi gli ascensori (soprattutto per i vecchi), il riscaldamento (soprattutto per i neonati), gli elettrodomestici (per la liberazione della donna), la televisione (per la crescita culturale delle masse). E infine, sollevare il povero contadino oppresso dal duro lavoro dei campi e dalla schiavitù delle stagioni: ed ecco i trattori, i concimi chimici, le colture intensive.
Basta: mi rendo conto che è inutile ironizzare oltre su questi argomenti. Si cade facilmente nella trappola dei giudizi affrettati e superficiali. E sono anche convinto che per certi problemi della nostra società non ci sia più nemmeno il tempo per l’ironia. Non so che cosa pensino nel loro intimo gli esperti, i politici, i grandi imprenditori, gli intellettuali in genere (e di genere), o i comuni cittadini.
Da parte mia posso dire che a volte ho quasi paura a rifletterci su. È una paura infantile, di quelle che ci fanno chiudere gli occhi e che alla nostra età si deve chiamare vigliaccheria. A questo punto mi nasce il sospetto più temuto: che sia proprio la nostalgia a farci chiudere gli occhi, a farci rimpiangere il passato per evitarci la responsabilità di guardare in faccia il presente? È un’osservazione che si sente ripetere spesso.

Voglio fare un’ultima prova con me stesso e mi sforzerò d’essere obiettivo al massimo. Chiudo gli occhi e cerco di rivedere nella mente i luoghi dell’albero degli zoccoli: la cascina e le stalle delle famiglie contadine, la filanda, la casa del padrone, i canti e le rogge, gli orti. Mi sforzo di dare a tutto questo una valutazione lucida e distaccata senza alcun cedimento sentimentale per poter più equanimemente “barattare” la realtà del passato con quella presente. Nel nostro caso, il mondo rurale con la società post-industriale.
Non c’è dubbio: sono state fatte molte conquiste, il progresso industriale e tecnologico ha procurato a tutti il benessere ed è impensabile anche il solo voler mettere a confronto il supermarket con la pellagra. E allora in nome di questo progresso dobbiamo ragionevolmente accettare le ruspe che abbattano i vecchi muri, le ristrutturazioni che stravolgono le antiche fisionomie delle case e dei paesi (anche se molto spesso il cattivo gusto di queste ristrutturazioni è ancora più mortificante delle ruspe!).

C’è qualcosa però che, nonostante il mio sforzo sincero di razionalità, non riesco a rinunciare. Qualcosa che non sarebbe facilmente quantificabile nel caso di un baratto. E mi sento un po’ imbarazzato anche a dirlo: sono le atmosfere. Qualcosa di impalpabile, che non s’è dissolto col tempo, anzi, che la memoria mi riporta con una sensazione forte di fisicità. Sono certe luci, certi odori, certi suoni.
Ricordo benissimo come da bambino, nelle estati che passavo in campagna dalla nonna, avevo imparato a “leggere” i suoni. Dovevo essere ancora molto piccolo perché mi costringevano a fare il sonnellino pomeridiano ma io non volevo dormire e così ascoltavo i rumori. Il silenzio era così fermo nella calura di quell’ora assoluta che si potevano chiaramente distinguere tutti i suoni provenienti dall’esterno; anche il più piccolo rumore rivelava un preciso avvenimento tanto che io potevo figurarmi tutto ciò che in quel momento si svolgeva nella grande aia.

E certamente mi figuravo anche molto di più di quello che in realtà accadeva perché la mia fantasia di bambino galoppava senza confini. Ma allora bastava un semplice e piccolo rumore per farla galoppare!
Tutto ciò probabilmente appartiene solo al miracolo dell’infanzia. O forse, non potrebbe essere quel “valore aggiunto” che in genere non appare mai nei calcoli dei baratti razionali?
Nel suo articolo, Possenti dice che dopo le ruspe nella vecchia casa quattrocentesca del “Mesagiù” (il padrone dell’albero degli zoccoli), si farà una scuola media con tanto di palestra. Sono sicuro che sarà una bella scuola, nuova e funzionale, dove i ragazzi potranno studiare comodi e caldi e fare anche educazione fisica con le moderne attrezzature della palestra.

Ma voglio augurare a questi ragazzi di poter anch’essi trovare le “loro atmosfere”: qualcosa che valga per loro così come per noi hanno avuto valore i colori delle stagioni, gli odori dei prati e delle cucine, i suoni di tutte le ore e di tutte le giornate; come i dolci canti delle donne che da tanto tempo non sento più.
Voglio augurare a questi ragazzi di poter rintracciare nella loro realtà e nel loro tempo quel “valore aggiunto” da non barattare mai con nessun altro bene.
Ermanno Olmi»

Dal ritrovamento di un carteggio lontano, protagonista una lettera di Ermanno Olmi su ‘La Stampa’ ( 1989)
-La scomparsa dei luoghi de’L’albero degli zoccoli’
-e il punto di vista del grande regista bergamasco