Il cacciatore di mosche
Un film di Emiliano Ferrera scritto da Giulia Morgani
Prodotto da Officina 111
di Antonio Bruni
Una storia d’amore nonostante la sindrome di Tourette
Certe battaglie si combattono sotto la pelle

“Il cacciatore di mosche” si era autodefinito da bambino il protagonista per giustificare i suoi tic e le alterazioni improvvise dei movimenti. In realtà il giovane è affetto dalla sindrome di Tourette, una malattia tra neurologica e psichiatrica, dai confini incerti, che affligge milioni di persone nel mondo.

Prima di vedere questo film, che focalizza il fenomeno narrando un’improvvisa e tenera storia d’amore, non avevo mai sentito parlare della malattia di Tourette.
L’hanno realizzato in due, quasi da soli, (scritto, diretto, interpretato, montato) Emiliano Ferrera e Giulia Morgani, con molto coraggio.

Ferrera combatte con la Tourette da quando aveva sei anni ma gode di una piena vita sociale. Nell’opera c’è molto del suo vissuto, anche se è ambientata nella desolazione e nella brutalità della periferia romana, narrata con tocchi asciutti e misurati. La fragilità della sua malattia si incontra con il disordine comportamentale della figura femminile, priva di ancore affettive. Il loro amore è difficile e controverso ma diventa sempre più stretto fino al tragico epilogo.
Entrambi i protagonisti, Giovanni e Alice, toccano la sensibilità paterna e materna degli spettatori.

Il film è girato dal vero senza artifici e con mezzi essenziali. Scene, dialoghi, attori e luci sono veri; la colonna sonora corrisponde ai rumori della vita urbana. Spero che la pellicola riesca a girare commercialmente. È un’opera, comunque, destinata a restare perché rappresenta un vero documento sociale, nella tradizione del neorealismo italiano, sui pregiudizi nei confronti di una malattia disturbante e sulle carenze affettive e di carità umana.

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