#377 - 15 aprile 2026
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Fotografia

Una pesca quasi miracolosa

Kharg Island

Di Paolo Curto

Mi trovavo a Cartagena, in Colombia, a nuotare fra i cannoni di alcuni relitti di galeoni a Boca Chica, affondati dalle batterie poste all’ingresso del porto, sguazzando in un’acqua troppo torbida per permettere di scattare foto subacquee decenti. Durante una sosta, Tony, un sommozzatore professionista inglese, che mi dava una mano, mi disse: “Dovresti andare a Kharg, una piccola isola nel Golfo Persico, con un’esuberante vita marina: non ho mai visto in vita mia tanti pesci come laggiù”. Lui ci aveva lavorato sui locali terminali petroliferi diversi anni prima.

Kharg Island

Detto, fatto. Appena rientrato in Italia, ne parlai con la rivista Mondo Sommerso, con la quale collaboravo regolarmente, e organizzai il viaggio. Mi accompagnavano due amici, i fratelli milanesi Gianni e Carlo Minutti.
Partimmo il 31 dicembre del 1972. Non avevamo dati certi sulla nostra destinazione, non è come oggi che uno va ad informarsi su internet.
Tutto quel che sapevamo era che la zona era una delle più calde del mondo, per cui siamo partiti, non dico in shorts, ma con abiti quasi estivi. Quando arrivammo a Shiraz, sulle montagne intorno alla città era appena caduta la neve. Soffrendo per il freddo, vestiti come eravamo, ci precipitammo in un bazar a comprare giubbotti di pecora, che ci facevano sembrare dei pastori sardi.

Kharg Island

Non avevamo prenotato, per cui prendemmo alloggio in un albergo a zero stelle, consigliatoci dal tassista, che era cugino del proprietario. Era situato in una via, giorno e notte rumorosissima, ma noi accettammo l’inconveniente come genuino folklore locale. Volendo però festeggiare l’Anno Nuovo, non trovammo in giro nei negozi, non dico champagne, ma nemmeno una birra. Trascorremmo così il più squallido San Silvestro della nostra vita.
L’indomani, comunque era una bellissima giornata di sole e ci rifacemmo visitando le bellissime rovine di Persepoli, l’antica capitale dell’Impero Persiano.
Il giorno seguente prendemmo il volo, via Busher, per l’isola di Kharg. Una volta sbarcati, mentre il nostro aereo proseguiva per Abadan, in Irak, ci ritrovammo soli sulla pista con tutti i nostri 21 colli, circa 200 chili di bagaglio che, per far fronte ad ogni evenienza, dato che non sapevamo nulla dell’isola, comprendeva una tenda, sacchi a pelo, fornelli, e ogni altra cosa utile per la sopravvivenza in una landa desolata. Oltre, s’intende, l’imponente attrezzatura da immersione.

Kharg Island

Quando i funzionari ci chiesero cosa ci facessimo sull’isola, apprendemmo che era una base militare e che non potevamo assolutamente stare lì senza permessi. In effetti, due giorni prima della partenza, ci avevano informato che ci voleva un visto speciale, ma non essendoci più tempo per averlo, siamo partiti ugualmente confidando di ottenerlo sul posto. Quindi, tranquillamente dicemmo che ci saremmo messi in regola tramite la nostra ambasciata o le autorità iraniane. Benissimo, ci risposero, ma durante l’attesa, avete due alternative: o riprendere l’aereo che, dopo due ore ripassava dall’isola, oppure attendere in prigione.

Kharg Island

Prigione in Iran? L’idea non ci attraeva per niente, ragion per cui optammo per l’aereo. Ci fermammo a Buscher, sulla costa, dove ci avevano detto che il sospirato visto avremmo potuto ottenerlo negli uffici della Marina Imperiale, che occupava un grande palazzo.
Presso il bancone dell’atrio, per una ventina di minuti spiegammo le nostre esigenze a un funzionario che pareva abbastanza importante. Quello lo ascoltò educatamente e alla fine disse che non capiva l’inglese, indirizzandoci ai piani di sopra. Seguimmo il consiglio, avendo sempre a che fare con dei signori gentili e disponibili che, inevitabilmente, dopo averci lasciato esporre il problema fino in fondo, ammettevano di non capire l’inglese. Dopo alcune ore, trascorse passando da un ufficio all’altro, non avevamo concluso nulla e già vedevamo sfumare il nostro programma.

Mentre scendevamo l’imponente scalinata, incrociammo un ufficiale di marina. Quello, udendo le nostre colorite imprecazioni, atte a sfogare la delusione, si intrattenne con noi, nella nostra lingua, che conosceva abbastanza bene. All’epoca, la marina iraniana veniva addestrata a Livorno, e lui, simpatico e chiacchierone, avendo frequentato un corso laggiù era entusiasta dell’Italia. Messo al corrente delle nostre difficoltà, disse che ci avrebbe pensato lui a ripianare gli ostacoli, in quanto vantava tanti amici altolocati. Lo fece così bene che il giorno seguente ci trovammo su un aereo militare diretto a Kharg, ospiti del comandante della base navale, il principe Shahriar Shafiq, figlio della sorella dello Scià Reza Palawi (assassinato a Parigi nel 1979, dai sicari di Khomeini) Era fatta! Quasi non credevamo che d’improvviso tutto fosse divenuto così facile. Dalla polvere all’altare, o niente o tutto!

Kharg Island

All’arrivo, ci attendeva addirittura un comitato di ricevimento: un folto gruppo di ufficiali in alta uniforme. Gianni, che per via delle sue doti organizzative fungeva spesso da capo della spedizione, individuato il militare con più medaglie, gli andò decisamente incontro, col braccio teso per stringergli la mano, snobbando un giovane in mimetica che precedeva tutti: era lui il principe Shafiq!
Per rimediare alla madornale gaffe, gli offrimmo un fucile subacqueo nuovo di zecca, made in Italy, “Ah ma ne ho uno uguale!” esclamò il principe. “Solo che spesso fa cilecca e mi fa perdere dei bei pesci!”.
Dopo questa seconda gaffe, cominciavamo già ad immaginare le prigioni locali.
Invece il principe ci prese in simpatia e ci mise a disposizione una Land Rover e due gommoni, più la scorta di diversi uomini-rana, i quali con noi si divertivano moltissimo, esentati com’erano dalla noiosa attività in caserma.

Kharg Island

Cominciammo le nostre immersioni in un’acqua sorprendentemente fredda, considerando che la fauna sottomarina è tropicale. Il mare non era troppo limpido e questo ostacolava il lavoro fotografico, non permettendoci il massimo dei risultati. Comunque, la zona migliore era attorno a Khargu, un’isola più piccola poco distante, verso nord.
Quando ci capitò di pescare alcune bellissime aragoste, vedemmo come i militari le guardavano vogliosi. Immaginando la povertà del loro rancio abituale, impietositi, glie le regalammo. Il giorno dopo ce le mostrarono orgogliosi imbalsamate, a far bella mostra sopra una camera di decompressione. Da quella volta, le aragoste ce le mangiammo noi.

Kharg Island

Il principe si offrì di farci da guida per mostrarci l’isola. Ci spostammo con una fuoristrada scoperta, spostandoci su piste che percorrevano un paesaggio piuttosto brullo, custode di antiche rovine che, come ci spiegò il nostro illustre anfitrione, erano insediamenti paleocristiani. A parte diverse specie di animali che vivevano nella scarsa vegetazione, fra i quali alcune centinaia di gazzelle, non c’era nient’altro da vedere.
Alcuni giorni prima della nostra partenza, nacque una specie di sfida: durante una cena, gli ufficiali con i quali avevamo maggiore confidenza, ci chiesero se saremmo stati capaci di pescare per tutta la guarnigione, più di un migliaio di marinai. Noi, assai presuntuosi, naturalmente rispondemmo imprudentemente di sì. Al che scherzando - ma scherzavano davvero? – ci dissero che altrimenti ne avremmo risposto con le nostre teste. Dovevamo dunque darci seriamente da fare. Dal canto suo, per darci una mano, il principe Chafik ci mise a disposizione il suo elicottero personale, munito di galleggianti per posarsi sull’acqua. Ci si presentava un’occasione unica di praticare la pesca subacquea con un mezzo veramente di lusso, da fare invidia a tutti gli amici. Dall’alto, con gli occhiali polarizzati, era facile individuare le secche, scegliendo gli agglomerati di roccia più favorevoli all’immersione.

Kharg Island

Arpionati i pesci, soprattutto cernie, non grossissime ma abbondanti, li gettavamo senza nemmeno uscire dall’acqua, cercando di centrare delle ceste poste sul pianale dell’elicottero. Ad un tratto, nel lanciare una specie di ombrina, sbagliai mira e il pesce finì in faccia al pilota, il quale, senza scomporsi troppo, accennò ad una composta protesta, raccomandandoci:” Ragazzi, non esageriamo!” Tornammo con quasi due quintali di prede che, se pure non bastavano per accontentare tutto il personale della base, arricchirono di sicuro la tavola di molti. Il tempo cambiò radicalmente all’improvviso, con forti venti che increspavano il mare, ma era arrivato anche il momento della partenza, lasciandoci dei bei ricordi per un’avventura davvero anomala.

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