#372 - 1 febbraio 2026
AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori, questo numero resterà  in rete fino alla mezzanotte di MARTEDI' 14 APRILE quando lascerà il posto al n° 377 - BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi un po' di SATIRA - Nasciamo nudi, umidicci ed affamati. Poi le cose peggiorano - Chi non s ridere non è una persona seria (P. Caruso) - l'amore è la risposta ma mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande (W. Allen) - Ci sono persone che si sposano per un colpo di fulmine ed altre che rimangono single per un colpo di genio - Un giorno senza una risata è un giorno sprecato C. Chaplin) - "Il tempo aggiusta ogni cosa" Si sbrigasse non sono mica immortale! (F. Collettini) - Non muoverti, voglio dimenticarti proprio come sei (H. Youngman) - La differenza tra genialità  e stupidità è che la genialità  ha i suoi limiti (A. Einstein). -
pensierini

Diciamo...diciamo

di Nicola Bruni

Il verbo “diciamo” è divenuto, da un po’ di tempo, un intercalare della lingua parlata sempre più dilagante nelle conversazioni dei salotti televisivi e radiofonici, nelle interviste vocali, nei discorsi improvvisati dei politici, sulla bocca di importanti e valenti giornalisti della carta stampata quando intervengono in tv. Un intercalare che ha largamente sostituito il sinonimo “Come dire”, molto di moda fino a qualche anno fa.

Può essere usato per guadagnare tempo al fine di pensare la conclusione di una frase, ma può essere anche un sintomo di scarsa padronanza del vocabolario italiano e, in definitiva, una scusante per un uso poco appropriato della lingua.

Diciamo...diciamoDiciamo...diciamoDiciamo...diciamo

È da notare la forma plurale di questo verbo, che sembra assumere un valore collettivo di coinvolgimento di tutti i parlanti, nel senso che “questo non lo dico solo io”. Infatti, vi ricorre autorevolmente persino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella variante romanesca “disciamo”, con la c strascicata.

Ne fanno largo uso, tra gli altri, quasi tutti i conduttori della rassegna stampa internazionale e italiana su Radio 3, seminando i “diciamo” nel discorso come il cacio sui maccheroni. E non se astengono gli interlocutori del popolare talk-show televisivo Otto e Mezzo su La7, compresa la bravissima Lilli Gruber.

Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria pandemia nazionale di “diciamo”, che è arrivata a contagiare addirittura il papa americano Leone XIV, il quale si mostra affetto da questa patologia della lingua parlata nelle conversazioni informali in italiano con i giornalisti. Chissà - io mi domando - se il Santo Padre, quando conversa in inglese, usa il corrispondente intercalare “we say” della sua lingua nativa?

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